Il passo del Llogara

Nuova puntata de "La mia Albania"

Nuova puntata de “La mia Albania”, il viaggio di Jacopo Rinaldini.

Il Llogara sale fino al cielo. E’ come una schiena d’asino priva di fine. L’imperativo è salire: la mia piccola quattro ruote, una Fiat Panda, si trasfigura in un aeroplano. Conquisto metri di quota.
Da lassù la vista non ha limiti, l’infinito si delinea. Il mare è un antico compagno azzurro che attira a sé la volta celeste: le impone diventare tutt’uno. Quella striscia azzurra è la complessità di Dio.


Tendendo l’orecchio si ode la eco delle preghiere degli uomini che salgono sino al cielo, un bisbiglìo di speranza e compassione che entra nel cuore e ferisce fino alle lacrime. Procedo lentissimamente, a passo d’uomo, poiché voglio mantenere vive le sensazioni che mi scuotono dentro il più a lungo possibile.

Eppure, a un tratto, un uomo prorompe sulla scena, la sua banchetta fatta di assi di legno diventa parte della scenografia.
Cosa vende? Miele. L’animaletto che lo produce è venerato alla stregua di una divinità pagana.


La vita dei contadini si perpetua uguale da millenni e trae linfa vitale da una sorta di panismo che vorrei apprendere pure io per essere un po’ più simile a loro. Quelle mani rovinate sono testi di agronomia. Tra quei solchi v’è la poesia del volgere delle stagioni, la purezza della natura che lascia il segno sugli uomini che la sanno amare.
Producono indefessamente e la realtà circostante non li scalfisce. Secoli di dominazioni sembrano non essere mai trascorsi. Romani, bizantini, veneziani, ottomani: nomi lontani che rieccheggiano nel grande contenitore della storia.

Afferro un vasetto di miele, “mjaltë” in albanese. Istintivamente, sussurro tra me e me l’amaro verso di Virgilio: << Voi fate il miele, oh api, ma sono altri che lo godono. >> La storia dell’umanità, del proletariato tutto.
Qui, però, è diverso. Uomini e api sono uniti da un patto senza tempo. Lavorano e muoiono insieme. Condividono le fatiche della vita, comunicano tra loro, parlano una lingua segreta.
Il miele è popolare, quantunque nobile come gli antichi Pelasgi.


È un unguento medicamentoso di borgata: non manca mai nelle case, esattamente come la “raki”, le olive e il formaggio sotto acqua e sale.
È icona d’una tradizione antica, che affonda i pungiglioni delle api che lo producono nella memoria, sinonimo, in questo caso, di amore per la propria terra.
L’Albania ha il sapore di questo miele: sa di fiori, sacrifici e nostalgia.

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Davide Buratti

Davide Buratti, giornalista professionista, fondatore della Cooperativa Editoriale Giornali Associati che pubblica il Corriere Romagna, di cui dal 1994 e per 20 anni è stato responsabile della redazione di Cesena. Oggi in pensione scrive di politica, economia e attualità a 360 gradi nel suo blog per Romagna Post. Per contatti utilizzate il box commenti sotto gli articoli. 

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