Banche: due crack che impoveriscono Cesena

Quelli di Brc e Cassa di Risparmio. Non so quale sarà l'esito delle indagini. Ma, da parte mia, resta il rispetto personale per due dei protagonisti. In futuro ci saranno però molte cose da approfondire

Ho l’impressione che a Cesena ancora non si sia fatta mente locale su quello che è successo nel mondo del credito. Non ho dati precisi, quindi potrei essere smentito in qualsiasi momento, ma rischio: non ci sono altre realtà della dimensione di Cesena dove sono state azzerate le due principali banche cittadine. Non uso il termine fallimento perché tecnicamente non è quello che è successo a Brc e Cassa di Risparmio. Però cambiano i fattori, ma il prodotto è sempre lì stesso: la città è più povera e gli azionisti ci hanno rimesso quasi tutto. È vero che chi è in possesso delle azioni Carisp fra qualche anno, grazie ai warrant, potrebbe recuperare il trenta o quaranta per cento, ma è una magra consolazione.

Nello stesso tempo i due crack hanno impoverito la città. Basti pensare che nei tempi migliori la fondazione Cassa di Risparmio distribuiva fino a quattro milioni di euro all’anno. Ma anche Brc dava un consistente contributo alla cultura e al sociale. Tutto questo non c’è e non ci sarà più.

 

Piccoli problemi inoltre potrebbero esserci anche per l’imprenditoria. Forse a torto, sono sempre stato un sostenitore delle banche locali. Perché la ritengo la dimensione migliore per dare una risposta adeguata a una imprenditoria molto frammentata e poco capitalizzata come quella cesenate. Più gli istituti di credito sono grandi, maggiori sono i vincoli. Insomma, tutto o molto rischia di passare attraverso le maglie di Basilea, sistema che per le nostre aziende è quanto di peggio ci possa essere. Nella banca locale ancora conta la conoscenza diretta dell’imprenditore, fattore sempre meno influente con l’aumento della dimensione dell’istituto di credito.

I due crack inoltre, come era inevitabile, si sono portati dietro tutta una serie di polemiche e di strascichi giudiziari. Sia nell’unverso caso che nell’altro sono coinvolte due persone che conosco bene e che stimo: Adriano Gentili, direttore generale della Carisp, è Nazario Sintini, presidente di Brc. Non voglio entrare nel merito delle vicende giudiziarie, ma neppure in quelle gestionali. Come, in questo momento (prima o poi però cercherò di analizzare quello che è successo), voglio soprassedere sul quel retrogusto amaro per come si sono articolate le due vicende e per le impennate che hanno preso.

 

Per ora vorrei spendere due parole sugli uomini. Ritengo di conoscere abbastanza bene sia Gentili che Sintini. Pur con i difetti che ognuno di noi ha, le ho sempre ritenute delle brave persone e non ho cambiato idea. Se hanno fatto degli errori, cosa ancora tutta da dimostrare e il cui compito è delegato a organi competenti e terzi, ritengo li abbiamo fatti in buona fede. Non ritengo ci sia mai stato il tentativo di arrivare ad un vantaggio personale facendo operazioni antieconomiche per la banca. A me questo basta.

So già che sarò criticato dagli azionisti arrabbiati. È legittimo il loro malessere. Li capisco perché anch’io, per quello che può contare, sono tra quelli. Mia moglie ha una piccolissima quota, ereditata, azionaria di Carisp.

 

Resta il fatto che non me la sento di mettere alla gogna nessuno dei due. A supporto della mia teoria potrei citare molti particolari. Alcuni significativi. Non lo faccio anche per rispetto innanzitutto delle indagini in corso. Quando saranno concluse ci sarà tempo per tornare ad approfondire, con dovizia di particolari, entrambi i crack e il ruolo dei protagonisti diretti e indiretti.

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Davide Buratti

Davide Buratti, giornalista professionista, fondatore della Cooperativa Editoriale Giornali Associati che pubblica il Corriere Romagna, di cui dal 1994 e per 20 anni è stato responsabile della redazione di Cesena. Oggi in pensione scrive di politica, economia e attualità a 360 gradi nel suo blog per Romagna Post. Per contatti utilizzate il box commenti sotto gli articoli. 

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