Romagna Post

Nell’era delle grandi comunicazioni si comunica poco e male

Mons. Antonio Caiazzo, vescovo di Cesena

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Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo*

Papa Leone XIV ci ha consegnato un suo messaggio invitandoci a coltivare di più la qualità dell’informare a tutti i livelli “Custodire voci e volti umani”, nella 60° giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Viviamo un tempo in cui si avverte l’urgenza di salvaguardare quell’umanesimo che deve stare al centro di tutta la nostra esistenza, delle nostre relazioni, vincendo la tentazione di ogni algoritmo che seleziona i contenuti delle notizie, fino all’intelligenza artificiale che, se usata in modo sbagliato, è capace mortificare la verità e sensibilità della problematica proposta.

Senza regole certe a garanzia della trasparenza dell’algoritmo e alla sua neutralità diventa impossibile garantire la sicurezza all’interno delle piattaforme dei social network, vedi suicidio dei genitori dell’assassino di Anguillara Sabazia, in provincia di Roma.

Papa Leone sottolinea quanto sia importante aiutare in particolare i giovani a saper usare questi strumenti che hanno una potenzialità enorme ma anche elevati rischi. Nell’era delle grandi comunicazioni ci stiamo rendendo conto di come si comunica poco e male. Abbiamo bisogno di essere aiutati soprattutto dalla comunicazione pubblica ad avere considerazioni, letture dei fatti, notizie che tengano sempre più presente un giudizio umano, fuggendo la tentazione di fornire solo dati e numeri, bensì parola che comunica, aiuta a ragionare, cercando la verità nel confronto schietto e sincero.

Qualunque cosa l’IA elaborerà non sarà mai contenuto pensato dalla mente umana bensì dati che l’intelligenza umana ha consegnato per avere delle risposte che rischiano di essere senz’anima e fuorvianti. Ormai i casi invasivi nella privacy delle persone non si contano. Dove sta la creatività? Ci sono fatti, persone, storie sofferte, cronache che hanno bisogno di essere letti, elaborati, pensati e scritti come servizio da rendere all’opinione pubblica per aiutarla a crescere, maturare, saper scegliere.

Se una volta esisteva la fontana del villaggio (S. Giovanni XXIII così definiva la Parrocchia) dove si andava ad attingere acqua, diventando luogo d’incontro di scambio di notizie, bisogno di conoscersi e stare insieme, oggi esiste una fontana artificiale dove il rischio è quello di attingere e partorire vento.

Per ascoltare e parlare con il cuore bisogna fermarsi, stare accanto, non sottovalutare alcuna percezione. Significa catturare in ogni linguaggio quel bisogno di vita, di amore, di pace che a volte si nasconde dietro un dire aggressivo, apatico, dispettoso e forse anche maleducato. Penso ad esempio cosa vogliano dirci i giovani attraverso la musica, i graffiti, le marce per difendere il creato, il desiderio di pace.

La crisi che stiamo vivendo risiede nella mancanza di ascolto, a partire dai luoghi intimi quali le nostre case. La famiglia ne soffre, si frantuma, si divide. Ognuno prende la sua strada, ha i suoi orari, la sua privacy.

Si sente ma non si ascolta, per cui non si parla. Non si ha tempo per la moglie, per il marito, per i figli, per i genitori. Le conseguenze sono note a tutti. La stessa cosa succede nella politica, a volte anche nella Chiesa. Le proprie ragioni diventano più importanti del bene di tutti.

Ascoltare e parlare con il cuore significa rientrare in se stessi, ritornare al principio di vita. Per noi credenti implica il rapporto dialogico tra Dio e l’umanità. Umanità che da sempre viene richiamata da Dio. Dio cerca Adamo, dopo l’esperienza del fallimento di affermare se stesso, e gli chiede: “Dove sei?”. Anche oggi ci cerca e ci chiede la stessa cosa.

Dall’ascolto personale, interiore, nasce il bisogno di un ascolto che si dilata, abbraccia e accoglie la verità insita negli altri con le loro ricchezze e povertà. Intercettare l’altro significa entrare in relazione e aprirsi all’Assoluto che è Dio. Significa parlare il linguaggio della verità e della carità.

La povertà più triste alla quale assistiamo oggi è quella sposata da un certo tipo di comunicazione e informazione che non ha una adeguata conoscenza delle persone e dei fatti. Spesso e volentieri la denigrazione che troviamo nell’uso sconsiderato dei social nasce da pregiudizi, antipatie, sentito dire. S. Francesco di Sales portava un esempio sempre attuale sul modo di riportare le notizie. Affermava quanto fosse importante imparare dalle api per fare bene il proprio lavoro. Al contrario delle api, le vespe succhiano il nettare dai fiori che non trasformano in miele ma in veleno. La sua riflessione porta a suggerimenti concreti nell’uso delle parole: utilizzare “meno aceto e più miele”, “meditando prima per sé quello che si vuole dire agli altri”. La verità, per S. Francesco, sta al centro di tutto, va riportata con umiltà e semplicità, evitando la tentazione dell’arroganza “per rendere poi reali e amabili le cose che dici”. A conclusione del suo ragionamento fa un invito ben preciso: “Sintesi, acutezza, espressività fanno vibrare le cose che dici, perché quello che tu dici entrerà veramente nel cuore dell’altro, solo se esce prima dal tuo cuore!”.

Oggi é linguaggio comune parlare di schede di memoria, di giga sui nostri cellulari, o di come liberare la memoria dagli smartphone.

‘Memoria piena’ o ‘Spazio insufficiente nella memoria’ sono due di quei messaggi che ci capita leggere sul display del proprio smartphone. Ormai non possiamo più fare a meno di questi dispositivi che hanno acquisito un’importanza sempre maggiore nella vita di tutti i giorni.

D’altronde sono un archivio a portata di mano per conservare immagini (fotografie e filmati) dei momenti più belli vissuti; possiamo registrare appuntamenti e date importanti, numeri di telefono, indirizzi e tutti gli altri contatti.

In qualunque posto del mondo ci troviamo siamo in grado di navigare in Rete, controllare e aggiornare i social network e molto altro ancora. Oserei dire: una memoria della quale ormai la nostra memoria non riesce più a farne a meno.

Ma noi siamo molto di più. Copia e incolla è la logica più facile alla quale si ricorre spesso. Mantenere viva la memoria è un’altra cosa.

Proprio ieri è stata celebrata ‘la giornata della memoria’. Diceva Primo Levi: ‘se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare’. Aveva ragione: certi rigurgiti stanno ritornando con una certa frequenza.

Voi, carissimi giornalisti, avete il non semplice compito, attraverso la comunicazione autentica di edificare, nell’umile ricerca della verità che fa veramente liberi.

Viviamo in un tempo in cui si respira aria inquinata. Si respira aria sofisticata nei rapporti umani. L’uomo deve ritornare necessariamente al centro dell’attenzione.

Una delle cose più diffuse che taluni usano magistralmente consiste nella sofisticata aberrazione del deepfake (Il deepfake è una tecnica per la sintesi dell’immagine umana basata sull’intelligenza artificiale, usata per combinare e sovrapporre immagini e video esistenti con video o immagini originali, tramite una tecnica di apprendimento automatico, conosciuta come rete antagonista generativa.

È stata anche usata per creare falsi video pornografici ritraenti celebrità, ma può anche essere usato per creare fake news, bufale, truffe).

Vi ringrazio per quanto fate, per l’amore che manifestate per questa nostra terra, per la professionalità che connota il vostro operare. Vi benedico

*Vescovo di Cesena-Sarsina

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