Venerdì uscirà “Aeroporti”, nuovo libro di Jacopo Rinaldini. C’è una poesia in particolare da cui trae origine il titolo del volume. I versi l’autore li ha dedicati ad una delle voci a lui più care. E’ quella di Vaçe Zela: cantante albanese, che ha incarnato la scena musicale del Paese delle Aquile negli anni Sessanta e Settanta del Novecento.
A lei vanno la fantasia di Rinaldini e la manciata di versi che ha gettato sul foglio. Il suo “Canto dell’Aviatore” accompagna le trasvolate friulane e romagnole dell’autore, mantiene vive le ali del suo biplano immaginario e consola il respiro dell’elica affannata.
Vaçe Zela canta: Vola alto! Vola alto, nostro amico aviatore. “E, allora, mi figuro nel cielo limpido -dice Rinaldini -, con indosso degli occhialoni da aviatore stretti sul viso, mentre osservo, dalla cabina dell’Antonov An-2 bianco e azzurro, il paesaggio che si dipana sotto la pancia dell’aereo. Campi, minuscole case, strade, frammenti di chiese, automobili che rotolano sulla terra come se fossero coriandoli lanciati da mani di bambini festanti.
Un cielo immaginario, rarefatto, in cui sono al sicuro dall’abbruttimento quotidiano, dal tramestio di una vita che non riesco a comprendere del tutto. In alto, sempre più su, ‘sopra la Patria’ come canta Vaçe Zela: una patria, la mia, che è fatta di bordi frastagliati, discontinui, di fiumi e vallate in cui gli uomini e le donne donano al mondo la gratuità dell’amore. Una patria disseminata di aeroporti, basi sicure, osservata dalla cabina di un aeroplano”.
Rinaldini puntualizza che ha offerto una poesia a questa cantante, poiché la cultura albanese di metà Novecento permea notevolmente quello che produce: sia per quanto concerne la scrittura sia per quanto riguarda il disegno. Romagna, Friuli, ma ad ogni buon conto, v’è anche un granello di Albania in questo libro, un granello di sabbia rossa, che “trattengo – conclude – sulla punta della penna e che, talvolta, si riversa sui fogli bianchi, che ho davanti”.
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