Gli ascolti del Festival di Sanremo è uno dei temi più gettonati di questi giorni. Il carrozzone sanremese non sta andando benissimo. Per lo meno, registra una flessione rispetto allo scorso anno. Un calo secondo qualcuno fisiologico, secondo altri pesante. E’ il solito discorso: dipende da che parte lo si guarda. Trovare un punto d’incontro fra le due analisi è e resterà molto difficile.
Una cosa però è certa: la kermesse sanremese è lo specchio della situazione della nazione. In entrambi i casi siamo di fronte ad una proposta conservatrice che permette di galleggiare, che guarda al presente, ma con poche prospettive per il futuro e, soprattutto, che parla poco ai giovani. Con la differenza che per un festival canoro la rotta si può invertire in fretta, mentre per il sistema paese la situazione è più complicata e peggiora con il passare del tempo.
Così come, nonostante il calo di ascolti, il festival di Sanremo continua a godere di una salute quantomeno sufficiente, il sistema Italia vive un quadro di sostanziale tenuta dell’economia. Ma nessuno dei due può cullarsi sugli allori. Serve una svolta. In entrambi i casi siamo di fronte ad una evidente fragilità in prospettiva. Una stagnazione strisciante per la quale è necessario intervenire in fretta. Quindi serve intervenire. Facile per il Festival. Un pò meno per l’Italia, un paese che diventa sempre più vecchio. Non tanto anagraficamente (problema che comunque esiste), ma come concezione.
Uno dei problemi principali è la mancata innovazione. Da tanto, troppo tempo, spendiamo poco in ricerca e sviluppo. Adesso investiamo l’1,5 per cento del Pil, ma è da un tempo infinito che siamo sotto la media europea. E, purtroppo, non abbiamo sfruttato il Pnrr. Una straordinaria possibilità buttata al vento. Avevamo duecento miliardi a disposizione per cambiare l’Italia. Ma abbiamo fatto di tutto fuorché innovare. I soldi sono stati spesi, ci mancherebbe. Il problema è come sono stati spesi. Fare dei giardini al posto di un parcheggio può rendere più gradevole un’area, ma non era quello che si chiedeva al Pnrr.
Finanziando lavori pubblici abbiamo permesso all’economia di galleggiare, ma non abbiamo cambiato il Paese. Abbiamo sbagliato un rigore a porta vuota. Probabilmente un’opportunità del genere non ci capiterà più.
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