Romagna Post

GRAZIA ALLA MINETTI

TESTATINA I CITTADINI E ART. 21

E LE ALTRE 1500?

di Fabrizio Rappini

Sono giorni che, grazie allo scoop del Fatto Quotidiano, anche I CITTADINI CHIEDONO DI SAPERE dedica spazio alla vergognosa concessione della grazia alla ex igienista dentale di Berlusconi. Oggi sono orgoglioso di dare spazio a una attivista che fra le altre cose opera nelle carceri. La sua è una testimonianza reale, diretta, di come fra le sbarre ci siano tante donne che, pur essendo mamme e con tanti problemi, non hanno la fortuna di avere santi in Paradiso e la grazia la possono solo sognare. A differenza di Nicole Minetti.

Ho letto il suo post su Facebook, l’ho contattata e le ho chiesto l’autorizzazione a poter pubblicare su questa rubrica il suo intervento.

“Salve – è stata la sua risposta – se lo citi integralmente sì”. Io sono ben felice di poterlo citare integralmente e lo potete leggere sotto.

Come sempre buona lettura e ognuno si faccia le proprie considerazioni.

SUSANNA RONCONI

Attivista, formatrice e ricercatrice nei campi delle droghe, del carcere, delle marginalità urbane

“Questione Minetti. Non ne scriverei se non mi occupassi di carcere, donne e detenute madri. Su cui, invece, c’è da dire.

A me la “democrazia al ribasso” non piace: se un potente o un/una protetta dai potenti (ed è questo il caso) ottiene una misura che esclude la reclusione e limita la sofferenza punitiva, non grido “in galera!” bensì, “bene, allora per tutte e tutti!”. Sono abolizionista e non forcaiola, e questo vale per tutte e tutti.

Detto questo, una questione qui c’è, ed è una questione di classe. E quando parliamo di pene e carcere è bene che parliamo, che riprendiamo a parlare, di questioni di classe.

Perché delle 2500 donne che sono in carcere, il 60% ha figli, poche decine li hanno dentro, con sé in cella – anche grazie al ministro Nordio e i suoi sodali che hanno legiferato (legge sicurezza) contro le alternative per le donne madri e le donne incinte – la gran parte li ha fuori, lontani, se va bene affidati alle famiglie, se va male – e va male per le più povere, di reti e di possibilità – ai servizi sociali. Che stiano bene o che stiano male, i figli e le figlie restano lontani, separati, privati della madre. La destra ha teorizzato che le donne che compiono reati sono per definizione “cattive madri”, e questa separazione se la sono voluta e se la meritano. Hanno anche nel cassetto una legge (Cirielli) per togliere loro la responsabilità genitoriale. Noi sappiamo che non è così, che a una condotta illegale non corrisponde una incapacità genitoriale, e che la pena costituzionale non dovrebbe essere disprezzo e umiliazione della genitorialità, ma sostegno e impegno per mantenerla e recuperarla. Ma torniamo alla classe: le madri “cattive”, che restano in carcere, non sono quelle dei grandi crimini, sono quelle della “detenzione sociale, dei reati minori, delle pene e dei fine pena sotto i 3 anni, cioè la maggioranza delle donne detenute. La norma della legge sicurezza che penalizza gravidanza e maternità è scritta in modo mirato, per colpire queste donne, attraverso il “rischio recidiva”. Per loro, poi, vale tutto il peggior repertorio patriarcale: dal giudizio morale, che sarebbe l’uscita dai copioni di genere oltre che da quelli della legalità, all’uso strumentale della maternità, all’incompetenza materna. Un repertorio che attraversa le leggi recenti in maniera aperta, spudorata, senza veli. 

E allora la Minetti: classe e potere le hanno permesso di sfuggire a tutto questo.  Sono contenta per lei. Però lo voglio anche per le altre 1.500: che hanno reati minori (un borseggio è più grave di uno sfruttamento della prostituzione?), che sono recluse (non ai lavori di pubblica utilità, cioè libere, con vincoli e regole, ma libere), che vedono i figli e le figlie, quando va bene, un’ora la settimana, quando va male via videochiamata 10 minuti, quando va malissimo, mai. Come Susan John, morta nel 2023 di fame e di sete nel carcere di Torino perché non le facevano avere colloqui con il suo bambino. È una questione di classe”.

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