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Un obiettivo alla volta

nicoletta tozzi

Da atleta professionista a coach: Nicoletta racconta come la pista le ha insegnato tutto quello che sa sulla vita, sul lavoro di squadra e sulla motivazione.

A 12 anni assaggia la pista di atletica per la prima volta. La scintilla gliela offre il suo insegnante di educazione fisica delle scuole medie. Organizza delle gare con gli studenti. Ed è così che inizia a frequentare il campo sportivo. Non ha ancora le idee chiare, ma sa già che quella sarebbe stata la sua strada. Erano gli anni di Sara Simeoni e di Pietro Mennea. Li guardava in TV e ritagliava foto e articoli dai giornali, rigorosamente conservati nell’agenda di scuola. Dal salto in alto, sua passione iniziale, passa alla corsa campestre. E da lì le prime gare e le vittorie. A 14 anni coinvolge anche le due sorelle: comincia a portarle alle partite della squadra di basket femminile del Cesena e le contagia con la sua passione per lo sport. Entrambe inizieranno a giocare, arrivando a debuttare in Serie A. Una famiglia in cui nessuno pratica sport e tre sorelle che diventano atlete professioniste. A volte il talento semplicemente c’è, e si fa spazio.

Oggi la Voce in capitolo è la sua.

Fra le tante attività da fare, tu scegli di seguire il tuo insegnante nel campo di atletica. Cos’è che ti ha attirato?

In realtà, non è stato proprio un caso. A 9 anni già andavo allo stadio con mio zio, mi piaceva il calcio e quando il mio insegnante di educazione fisica ha cominciato a organizzare gare a scuola è stato naturale seguirlo. Se non altro per scoprire un mondo che non conoscevo e anche per avvicinarmi alle emozioni che provavo tutte le volte che vedevo la Simeoni e Mennea gareggiare sulle piste mondiali e olimpiche. Pochi mesi dopo arrivò l’occasione per mettersi in luce; lessi su Topolino che a Cesena si correva il Gran Cross delle Giovani Marmotte. Non ci ho pensato un attimo: mi sono iscritta e ho iscritto anche le mie due sorelle. Ho fatto una gara tutta in testa e ho vinto. Endas, una società sportiva del territorio, ha ingaggiato me e anche alcune compagne di scuola. La mia nuova vita è iniziata così. Erano gli anni ’70 e le ragazze non potevano giocare a calcio: l’atletica è stata un modo per cominciare a fare sport. Per giocare la mia prima partita ho dovuto aspettare anni ed ero già conosciuta come sportiva: un torneo con una squadra parrocchiale.

Toglici una curiosità: li hai mai incontrati, la Simeoni e Mennea?

Sì, e fu un sogno. Durante il primo raduno con la nazionale Juniores mi trovai a Formia dal fisioterapista: nel lettino a fianco c’erano loro due, i miei idoli.

Molti poi smettono di fare sport quando crescono. Tu invece hai continuato.

Gli anni della prima adolescenza sono quelli della scoperta e dell’esplorazione, e non sempre ciò che ti appassiona all’inizio resta tale quando cresci. A me invece piaceva, avevo cominciato a vincere le prime gare ed ero entrata in una società sportiva con un allenatore che seguiva me e le mie compagne. Mi allenavo tutto l’anno; era una parte importante della mia vita e volevo rimanerci in quel mondo.

Come sono stati quegli anni da atleta?

Intensi. La carriera di un’atleta è totalizzante: nella scansione della giornata, nel modo di mangiare, ma è destinata a finire. E questo io l’ho sempre saputo. Sapevo e temevo il dopo. Tante volte ho detto “fra X anni mi ritiro”, ma poi ho sempre continuato. E nel frattempo mi sono preparata, ho fatto l’università mentre ero atleta professionista. Mi sono creata un’organizzazione fantastica: studiavo dalle 2 alle 5 di pomeriggio e poi andavo ad allenarmi. Ho capito che il metodo di allenamento mi aiutava anche nello studio. Un obiettivo alla volta.

E da lì al marketing. Quanto tempo prima ci hai pensato a questo percorso dopo la carriera e come ti sei formata?

La determinazione dello sport la mettevo anche nello studio.  A soli 18 anni ho vinto il campionato italiano assoluto a Roma: un’esperienza scioccante.  In occasione di quella prima importante vittoria, un’atleta navigata mi schernì, invece di farmi i complimenti. Allora non ero pronta per ricevere quella cattiveria ed entrai in crisi. Non potevo reggere lo sguardo di quel mondo. Ero entrata fra “i grandi” e ingrassai 8 chili. È stato un anno terribile. Sono andata da una psicologa classica che mi ha aiutato e ho avuto la fortuna di avere un allenatore che non mi ha fatto pressione. Nel 1986 rientrai nei ranghi e tutto tornò come prima, continuai a vincere titoli italiani e ad essere convocata in nazionale. Stavo cominciando a guadagnare qualche soldo e mi concessi di scegliere una facoltà che mi piaceva, anche se sembrava senza futuro. Mi iscrissi a Scienze Politiche. Quel tipo di studi mi piaceva moltissimo, stava andando tutto bene fino al 1994. Fui buttata fuori in una batteria ai campionati italiani.  Avevo fatto i Campionati europei del 1990 con un problema ai tendini. Nel 1994 il problema si ripresentò. Il dolore aveva compromesso la tenuta mentale. Mi sentivo battuta, fisicamente ed emotivamente. Dopo essere stata eliminata in batteria, però, è successa una cosa meravigliosa. Un’avversaria è venuta a consolarmi, “mi dispiace, Nico”, mi ha detto. Ho sentito che quella era la ricompensa per aver creato un clima positivo con tutte le mie avversarie. Ma lì, per la prima volta, ho anche sentito che stava finendo tutto. C’erano atlete più giovani e più forti e io capii che non avevo più la possibilità di competere ad alto livello e decisi di ritirarmi pochi mesi dopo.

Come si trasferisce un’esperienza come la tua ad un ambiente in cui le persone non corrono da sole?

Ti faccio un esempio. Considero uno dei miei più grandi successi la vittoria di tre campionati d’atletica a squadre: 8 squadre finaliste che si sfidano su tutte le specialità atletiche, ogni atleta gareggia sulla propria. Li ho vinti come capitano della Snam Milano e vincere con le mie compagne di squadra è stato fantastico. Prima non avevamo mai vinto nulla. Pochi giorni prima della gara di Bari leggo sulla Gazzetta dello Sport le formazioni e le atlete in gara per ogni singola specialità e comincio a fare i conti dei punti che ognuna di noi avrebbe potuto fare come singola. Capii che potevamo vincere se ognuna avesse dato il massimo. Bastò una domanda. In quale posizione puoi arrivare dando tutto? Se do tutto, posso arrivare lì. Tutte noi avevamo un obiettivo personale che era la base per raggiungere anche quello di squadra. Era vincere insieme, sentirsi parte di qualcosa di grande.

Parliamo di un tema importante in azienda: la motivazione. L’Ad di Bending Spoons ha detto: noi facciamo app, se i nostri programmatori non sono felici, le app non nascono e noi non scaliamo. Tu gareggiavi su distanze medie-lunghe, gli 800 metri. Come si applica questo ai progetti e al lavoro in azienda?

A me lo sport ha insegnato la resilienza. Quando mi sono trovata in azienda ho usato lo stesso metodo. In Amadori ero nel team del direttore generale. Quando sono passata al marketing di prodotto, non ne sapevo niente. Mi sono messa a studiare. Ero abituata a fare fatica. E avevo un obiettivo. E questa è un’altra componente fondamentale: io devo avere degli obiettivi nei quali credo.

A chi ti senti di essere utile?

Alle persone nei percorsi del coaching e in aula. Non c’è niente di più potente che restituire al cliente un’immagine bella di sé che non vede. O anche aiutare uno sportivo ad esprimere il suo talento.

Sei ancora così lontana dalla corsa oppure ogni tanto ci ricaschi?

Adesso, per il mio benessere, cammino, credo talmente tanto nel potere del movimento che ho inventato il progetto Muoviti che ti fa bene a Cesena. Durante un mio viaggio in Australia avevo visto tante attività fatte da professionisti nei parchi pubblici. E quando sono tornata (era il 2010) ho proposto lo stesso format al Comune di Cesena, coinvolgendo anche l’ASL e alcune aziende del territorio. Quest’anno siamo alla sedicesima edizione.

C’è qualcosa che rimpiangi della tua vita da atleta?

Mi mancano la spensieratezza e l’andare in giro per il mondo vivendo momenti pazzeschi. C’era la concentrazione per la gara ma c’erano anche i momenti che servivano ad alleggerire la mente. Ne ricordo uno in particolare: il villaggio in cui alloggiavamo per le gare era su una spiaggia. Mi inventai un gioco da fare insieme e mi impossessai del microfono per richiamare tutti. Pensavo ai membri della nazionale italiana di atletica, invece arrivarono anche tutti gli atleti italiani degli altri sport, erano i Giochi del Mediterraneo, non potete immaginare cosa è successo…

Nello sport ci si allena; nella formazione invece cosa si fa?

Si studia e io adoro studiare, è una forma di allenamento. Un esempio? Le pagine di un libro, le ho sempre vissute come le ripetute in pista. Tradotte in studio, trenta pagine al giorno.

Cosa ti sarebbe piaciuto vincere e invece non è accaduto e cos’è il successo per te?

Mi sarebbe piaciuto vincere una medaglia alle Universiadi. Sono arrivata tre volte in finale. Ho fatto l’ultima edizione quando ero già laureata. Il successo per me è raggiungere i propri obiettivi e fare una vita allineata con i miei valori. È sentire che in quello che faccio realizzo una parte di me.

Grazie Nicoletta!

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