Da bambina curiosa a consulente di corporate communication: Francesca Amadori racconta come si costruisce un’identità professionale, una storia alla volta.
Riservata ma curiosa. Sempre alla ricerca di ciò che era diverso dal contesto in cui stava crescendo. Con le amiche d’infanzia si divertiva a inventare storie per il piacere di interpretare ogni volta un ruolo diverso e vedere il mondo da prospettive inusuali. Un’umanista che esplora e, piano piano, costruisce la propria identità di professionista e di donna. Dopo tante esperienze all’estero e in Italia (ha appena terminato l’esclusivo percorso di formazione di Valore D In the Boardroom a Milano per promuovere nei Cda delle aziende la parità di genere e l’inclusione), Francesca affianca le aziende che le chiedono aiuto per raccontarsi e per definire la cultura d’impresa, lavora nelle scuole con gli adolescenti e si definisce “ancora in formazione”. Oggi la Voce in Capitolo è la sua.
Che bambina era Francesca?
Penso di essere sempre stata portata per le relazioni e sono sempre stata una persona curiosa. Fin da piccola mi è sempre piaciuto viaggiare e, soprattutto, andare a scoprire ciò che era diverso.
Diverso in che senso?
Diverso dal contesto in cui mi trovavo. Ero una bambina timida, ho sempre avuto questa propensione alla conoscenza di ciò che non faceva parte del mio contesto. E la dimensione del viaggio me lo consentiva.
Come è stata la tua infanzia, con chi giocavi?
Ho sempre avuto alcune amiche d’infanzia, ancora oggi lo sono. Poi, ovviamente, al liceo ne ho conosciute altre, quello è un momento in cui si consolidano le vere amicizie che ti porti dietro negli anni. Penso che sia bello conoscere sempre nuove persone, ci evolviamo, maturiamo nuovi interessi, anche professionali, e coltiviamo in modo differente queste relazioni. I miei amici vivono e lavorano in ambiti vari, mi piace frequentare persone con interessi e attitudini differenti. L’aspetto della diversità culturale mi ha sempre affascinato molto. Uno dei giochi che ci piaceva di più da bambini era inventarci delle storie. I videogiochi alla Game Boy non facevano per noi. Preferivamo di gran lunga la fantasia: inventare storie, dare vita a personaggi sempre nuovi e divertirci a cambiare continuamente il nostro modo di interpretarli. Sai che era un po’ che non ci pensavo, questa è una domanda a cui non ero preparata (ndr si apre in un sorriso quasi nostalgico). Ho un altro ricordo di quel tempo: mi piacevano moltissimo le scarpe di mia mamma, che erano ovviamente di un numero molto più grande, però era divertente indossarle.
Finisci le scuole dell’obbligo: come orienti la tua scelta?
Sono stata libera di scegliere. Mi piace la libertà, è una grande conquista ma anche un dono. Sto crescendo le mie figlie in questo modo: la libertà di avere più opportunità è commisurata al loro impegno. Io sono stata coerente, ho scelto il liceo classico. A quei tempi era la scuola del greco e del latino. Oggi i licei si sono organizzati e strutturati, ci sono molti indirizzi tra cui scegliere. Io ho seguito l’indirizzo culturale tradizionale.
Non hai considerato altre scuole?
No, mi ero appassionata delle materie letterarie. Volevo proseguire con un percorso di studi coerente, quindi potevo scegliere tra liceo classico, scientifico e linguistico (che poi non era nemmeno a Cesena). Ho due figlie adolescenti che stanno facendo il liceo scientifico e quando hanno scelto quale scuola frequentare, si è aperto un ventaglio di indirizzi piuttosto vasto.
Un percorso decisamente da umanista…
Sì, che ho continuato anche dopo, studiando Lettere Moderne. Volevo creare una base e poi, da lì, capire quale specializzazione scegliere. Volevo trovare il mio focus. Mi era sempre piaciuto l’insegnamento inteso come formazione, ma non avevo ben inteso cosa potesse essere per me; da lì l’idea di fare un master e specializzarmi. In realtà, ho capito solo verso la fine dell’università cosa mi attirasse veramente.
Come l’hai scelto?
Mi ricordo che volevo capire meglio la parte dell’organizzazione aziendale che a me mancava profondamente, soprattutto la parte economica e finanziaria; avevo bisogno di trovare un contesto che colmasse le mie lacune. Scegliere quel master post-universitario significava da un lato approfondire le mie aree di interesse, come l’HR e l’organizzazione aziendale, e dall’altro colmare i miei gap formativi. In realtà, poi ho continuato la mia formazione economica in Bocconi con un corso di un anno focalizzato sull’approccio imprenditoriale nell’agribusiness attraverso la conoscenza di elementi chiave del settore.
Il primo lavoro, IKEA. Perché IKEA?
Perché avevo partecipato a delle selezioni e mi avevano preso. A dire il vero, mi avevano selezionato anche in un’altra azienda, ma IKEA era un mondo molto strutturato, organizzato, una multinazionale, per cui decisi di andare lì. In più avevano sedi in tutto il mondo che mi avrebbero consentito di andare all’estero ed era una cosa che io avevo in mente già da diverso tempo. Infatti, è stato così perché ho fatto job posting interno e, dopo un anno di lavoro nel Headquarter milanese, ho chiesto di poter fare un’esperienza di lavoro in Australia. E da Sydney mi hanno proposto di fare un colloquio di lavoro in loco. Quindi sono partita dicendo “se mi prendono rimango, se non mi prendono… rimango un paio di mesi”. Nel frattempo, mi sono iscritta ad una scuola di Business English, ho scelto dei corsi che mi interessavano e poi è arrivata la notizia: mi avevano preso. Ho cambiato il visto per poter lavorare e studiare.
Ci immaginiamo che i negozi IKEA siano uguali ovunque nel mondo. È così?
È così. Io rimasi impressionata: andai a Sydney nella sede principale, l’organigramma era uguale a quello della sede milanese in cui avevo lavorato. Tutti i negozi avevano il medesimo tipo di organizzazione. E allo stesso modo riproducono i nomi dei prodotti. Una filosofia che funziona dappertutto. Un ambiente molto rispettoso e aperto: mi ricordo che sul nostro badge c’era la bandiera australiana affiancata a quella del nostro paese di origine, proprio perché tutti in Australia hanno differenti background, hanno origini diverse. Questa esperienza mi ha fatto capire molto, proprio perché il modello organizzativo svedese delle risorse umane era all’avanguardia. Pensa che trent’anni fa si parlava già di progetti di “maternity leave”, quando una donna doveva assentarsi dal luogo di lavoro per andare in maternità. E si studiavano progetti per dare continuità al lavoro in modo tale che la donna non si sentisse isolata ed esclusa dall’organizzazione. Da lì è partito il mio approfondimento per la gestione e sviluppo delle risorse umane e dell’organizzazione aziendale, ispirandomi ad un modello virtuoso. Interessi che poi si sono evoluti nel tempo e che ho declinato anche nella comunicazione istituzionale. Sostanzialmente per me significa aiutare le organizzazioni a consolidare la propria reputazione, attraverso una serie di azioni e progetti condivisi e sostenibili, ponendo al centro lo sviluppo di piani di welfare aziendale.
Come hai sviluppato la tua attività?
Quello è stato proprio il punto di partenza. Per quasi vent’anni ho consolidato un’esperienza importante all’interno del Gruppo Amadori, un’organizzazione solida e cresciuta nel tempo. Ho visto nascere e ho potuto seguire progetti che hanno contribuito a determinarne il cambiamento culturale e organizzativo, che ha riguardato anche la comunicazione.
Oggi sono una consulente e lavoro per realtà diverse, anche di dimensioni inferiori, che mi chiedono di supportarle nel promuoversi e raccontarsi: è lo scopo della Corporate Communication che, attraverso storytelling e marketing, supporta le aziende a promuovere il proprio brand e a creare un legame anche valoriale con i propri stakeholders. Promuovere la reputazione significa però saperla difendere, creando procedure interne che l’organizzazione sia in grado di seguire. Lavorare nelle aziende più piccole significa aiutarle nel loro cambiamento culturale, valorizzandone i punti di forza. In questo senso supporto le aziende a creare e sviluppare senso di appartenenza.
Tocchiamo il tasto dell’Intelligenza Artificiale.
Ha stravolto e sta cambiando notevolmente lo scenario. Lo vedo anche nel mio lavoro. L’altro giorno facevo formazione in un’azienda del settore acque e si parlava anche di fake news. Certamente oggi gestire le crisi in azienda in un’epoca in cui è molto difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è stato creato con l’intelligenza artificiale rende tutto molto più complesso.
Nel tuo osservatorio privilegiato, sono più le aziende che hanno paura o quelle che cercano di capire come usarla?
C’è un forte interesse intorno a questa novità e molti stanno cercando di capire come sfruttarla al meglio. Alcune realtà hanno già integrato l’intelligenza artificiale nel proprio business per ottimizzare i processi, rendendoli più agili ed efficienti. Per quanto mi riguarda sono molto affascinata dagli ambiti di applicazione dell’AI che su tanti aspetti ci rende la vita più facile!
Tuttavia, nel settore della comunicazione emerge una questione cruciale: la veridicità di ciò che viene trasmesso e la gestione delle fonti. È fondamentale analizzare criticamente i contenuti che riceviamo e comprenderne il contesto. Quando usiamo l’intelligenza artificiale, rimane ancora più centrale il pensiero critico dell’individuo che oggi, a mio avviso, deve essere ancora più attento per poter esprimere con capacità analitica e maturità il proprio giudizio.
Nell’epoca social in cui viviamo le persone sono costantemente iperconnesse. Oggi lo smartphone è diventato una vera e propria estensione del nostro corpo: pubblichiamo, fotografiamo e commentiamo in tempo reale, spesso senza una reale consapevolezza delle nostre azioni.
È un tema che ho affrontato proprio di recente durante una consulenza aziendale. Per di più si tende a puntare il dito sui giovani, alla loro inesperienza, ma la verità è che anche noi adulti manchiamo spesso di riflessione.
L’innovazione per te cos’è?
L’innovazione per me è cambiamento, un’azione in grado di creare qualcosa di nuovo che porta valore in un contesto organizzativo.
Nel mio ambito l’innovazione può significare anche riuscire a sviluppare dei progetti che creano senso di appartenenza verso un’organizzazione. Innovazione non significa semplicemente lanciare un prodotto sul mercato. Significa anche creare i presupposti per permettere la crescita e il cambiamento culturale. Innovazione può tradursi nel saper creare le giuste condizioni nell’ambito di una realtà perché tutti si sentano parte di quell’organizzazione.
Per fare in modo che questo sia possibile, occorre mettere in atto iniziative credibili e coerenti, evitando che si riducano a mere strategie di marketing. Espressioni come green washing, social washing o pink washing definibili come semplici espedienti commerciali dimostrano chiaramente come molti progetti aziendali non siano altro che operazioni di facciata mirate esclusivamente a ottenere visibilità.
Donne e ambienti di lavoro. Qual è la tua visione?
Ho da poco concluso un’esperienza straordinaria che considero una grande opportunità per tutto il mondo femminile: la tredicesima edizione del percorso formativo In the Boardroom di Valore D. Un anno intenso dedicato alla parità di genere e alla diversity, sostenuto da partner d’eccellenza come Borsa Italiana e DLA Piper. Oltre all’alto livello della formazione, questo percorso mi ha permesso di far parte di un networking di valore e di confrontarmi con docenti estremamente qualificati, che ci hanno illustrato i modelli virtuosi applicati dalle migliori realtà italiane e internazionali.
L’inclusione delle donne nel mondo del lavoro è un tema quanto mai attuale. Spesso le aziende si fanno vanto delle proprie “quote rosa”, ma guardando i dati reali si scopre che le donne sono concentrate nelle posizioni operative e quasi assenti nei consigli di amministrazione. Non fermiamoci ai semplici numeri, impariamo a valutarli: la vera sfida è garantire la presenza femminile nei luoghi in cui si decidono le strategie, altrimenti le decisioni si continueranno a subire.
In passato ho sempre guardato alle quote rosa con un certo disagio, perché ritengo che la partecipazione ad un board debba esser determinata dai meriti di una persona. È una dinamica che non ho mai amato, ma oggi devo riconoscere una verità: senza questo strumento, molte cose non sarebbero mai cambiate.
Di quali altri progetti ti occupi?
Oltre al mondo aziendale, sto dedicando una parte del mio tempo anche ai giovani. Nata come sfida con me stessa, i laboratori di public speaking con gli adolescenti proseguono ormai da 4 anni. E a parere dei ragazzi, che mi valutano alla fine di ogni sessione, i corsi sono apprezzati e valutati positivamente.
Insegnare public speaking nelle scuole superiori è diventato molto più che spiegare come si parla su un palco: è un modo per insegnare a gestire l’ansia e le emozioni. Quando ho iniziato, per me era una terra inesplorata. Ero abituata ai grandi eventi, ai manager, ma mai agli adolescenti. Sapevo che catturare la loro attenzione sarebbe stata una sfida, eppure è andata bene.
Oggi i ragazzi combattono quotidianamente con stress e ansia sociale, spesso senza avere gli strumenti per riconoscere o nominare ciò che provano. Parlare in pubblico ti mette a nudo, ed è proprio affrontando questa difficoltà che i ragazzi imparano a sviluppare una sicurezza da applicare in ogni ambito della vita.
Il mio metodo? Oltre ad aver studiato e acquisito certificazioni sull’intelligenza emotiva applicata anche agli adolescenti, adotto una metodologia dinamica e meno convenzionale. Via le cattedre. Uso video, giochi ed esercizi pratici basati sulle loro passioni, come la musica e lo sport. Li stimolo a chiedersi: “Cosa vi piace davvero? Cosa vi motiva?” Vorrei che finissero le superiori conoscendo meglio sé stessi, i propri punti di forza e i propri limiti, per affrontare le scelte future con consapevolezza. Questa è la vera maturità. Ho trovato porte aperte e molto entusiasmo: sarebbe bello un giorno riuscire a trasformare questi laboratori in una materia curricolare.
Questo è un tema che appartiene anche al mondo aziendale.
L’intelligenza emotiva non è una prerogativa esclusiva dei giovani, ma rappresenta una risorsa fondamentale anche per gli adulti. In ambito professionale, si traduce nella capacità di ascolto e nell’attitudine ad accogliere punti di vista differenti dal proprio. Nelle organizzazioni, l’assenza di una leadership solida produce dinamiche disfunzionali: i collaboratori eseguono i compiti assegnati, ma non seguono davvero il leader, sono demotivati rispetto agli obiettivi che l’organizzazione gli assegna.
Gestire le persone e farle lavorare insieme in modo efficace è una sfida complessa. Se non iniziamo a porci le domande giuste, rischiamo di non evolverci e di riprodurre vecchi schemi obsoleti. Le relazioni lavorative si basano su un principio di reciprocità; nella mia carriera ho chiesto spesso flessibilità e collaborazione ai miei collaboratori, ma ho sempre cercato di restituirle, rispettando le promesse fatte nei piani di crescita concordati.
Sono proprio queste azioni a generare senso di appartenenza e motivazione. Le persone cercano guide autorevoli e visioni chiare: se siamo in grado di condividere questi obiettivi e di comprendere i loro reali bisogni, non avranno alcun motivo per andarsene. Il senso di appartenenza e la motivazione nascono da qui. Le persone non cercano un capo, cercano una guida e una visione. Se impariamo a condividerle e a capire i loro bisogni, perché dovrebbero decidere di andarsene?
Cosa vuole fare Francesca da grande?
La vita ti richiede di adattarti ai cambiamenti e di ricercare nuove opportunità. Mi sento sempre come se fossi in continua formazione, pronta ad imparare e a cogliere nuove sfide. L’altro giorno una ragazza di diciassette anni a scuola mi ha detto “io sono in crisi” e le ho chiesto come mai, cosa è successo? Mi ha risposto “non ho ancora capito cosa voglio fare da grande”, ho detto “non preoccuparti, guarda con positività al tuo futuro e troverai la tua strada “.
Grazie Francesca!
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