Alessandra Graziani ha trasformato la sua apertura in un metodo, in azienda e nella vita.
Dalla pallavolo ha imparato le regole della vita. Il suo primo sogno era curare gli animali, ma sapeva che non poteva salvarli tutti. Alla fine, si è innamorata dell’economia perché “è un connettore tra la società e il modo in cui funziona. Governa la vita di tutti i giorni”. Segue questa passione e se ne va all’estero per capire cosa può imparare perché “per cambiare ci vuole tempo, un mattoncino alla volta”. È la trasversalità il suo mantra, toccare con mano tante esperienze diverse e farle funzionare, proprio come fa adesso in azienda.
Lei è Alessandra Graziani e oggi la Voce in Capitolo è la sua.
Che bambina era Alessandra?
Ero molto tranquilla, ho avuto un’infanzia serena. Sono stata una bambina solare e molto espansiva, ero sempre sorridente, è sempre stata una mia caratteristica e lo è ancora. I primi venti anni della mia vita sono stati dedicati alla pallavolo, una delle esperienze più belle e appassionanti che ho vissuto. Ho imparato il valore della comunità e della squadra e devo ringraziare l’allenatore che ci ha insegnato come stare in campo, ma anche nella vita. Avevamo una specie di decalogo su come comportarci in spogliatoio e in palestra, per esempio pensare alla doccia come un momento di ‘professionalità’, cura personale e di condivisione. La mia avventura nella pallavolo è finita quindi intorno ai vent’anni, dopo un piccolo infortunio, un allenatore ‘difficile’ e dinamiche cambiate. Ho smesso di giocare.
Quali sogni portavi con te oltre alla pallavolo?
Avrei voluto arrivare in serie A con la pallavolo, ma a suo tempo non ero certa di voler passare la mia vita tra partite e palestre. Per un po’ ho accarezzato l’idea di diventare veterinaria, avevo una passione esagerata per gli animali. Mi ricordo che mi prendevano in giro perché volevo salvarli tutti, nel frattempo mi dicevano che avrei dovuto fare l’avvocato, perché avevo una bella ‘favella’. Quando andai allo scientifico abbandonai l’idea della pallavolo, era un obiettivo che non avrei mai potuto raggiungere. All’università scelsi Economia e Commercio, era una materia che mi era sempre piaciuta, probabilmente per la connessione che facevo anche con il lavoro del mio papà. Ho sempre pensato che facesse parte della nostra vita quotidiana, anzi, che fosse proprio il punto di connessione con la società. Gli anni bolognesi furono importanti per capire il mondo: scelsi di uscire di casa e andare a vivere con altri studenti. E per la prima volta conobbi persone che arrivavano da altre parti d’Italia. Fu anche la prima volta che capii le difficoltà che dovevano affrontare, una consapevolezza che non avevo mai avuto.
Nel frattempo che rapporto avevi con l’azienda?
La vedevo attraverso il lavoro di mio padre, avevo una profonda ammirazione per lui. Lavorava molto, ma io sapevo cosa faceva e anche quali erano le sue responsabilità. Ho sempre vissuto l’azienda in modo naturale e non invadente, non ho mai pensato che limitasse il tempo che passavo con papà. E comunque, nessuno mi ha mai obbligato a frequentarla, la vivevo quando volevo. L’azienda per me è casa, è famiglia, non è solo fatturato. È prendersi cura del gruppo che è fatto di persone, non solo del lavoro. Ho imparato così l’approccio trasversale che ancora oggi uso.
Quale futuro vedevi per te dopo la laurea?
Avevo 26 anni, ero a Milano, avevo fatto la triennale a Bologna, poi un Master in International management e a seguire sette mesi in Svezia, un tirocinio curriculare in Tetrapak, poi in Boston Consulting per uno stage di tre mesi. Un periodo molto vivace, tre giorni a settimana facevo Milano-Napoli. Capii che il mondo della consulenza non faceva per me. Io ero cresciuta nel mondo dell’ortofrutta, dove tutto era molto reale. In quel periodo mio padre compiva 60 anni e decisi di entrare in azienda, come fosse una specie di ‘regalo’ reciproco.
Qual è stato il primo ruolo?
Ho lavorato in diversi dipartimenti interni, ed è un ruolo che ancora adesso mi piace molto, ho la possibilità di interfacciarmi con tanti reparti e questo mi dà il quadro completo dell’azienda, un mix fatto di operatività e di persone. Essere trasversale è una cosa che mi è sempre piaciuta.
E ora?
Ci ho messo anni ad accettare il ruolo di HR, responsabile delle risorse umane, me lo dissero le prime volte ai tempi del lavoro a Milano, ma non lo accettai. Forse avrei dovuto studiare psicologia, che mi appassiona molto. Ho dovuto trovare la mia strada, seguendo il mio temperamento: tendo all’armonia, difficilmente vado allo scontro e non sopporto chi urla in faccia ad una persona. In azienda devo relazionarmi con figure maschili, mio padre, mio zio e mio cugino. Abbiamo un modo diverso di comunicare, e si vede, ma lo gestiamo. In generale, penso che tutti, anche chi si comporta da bastian contrario, hanno bisogno di essere ascoltati e io in questo ho trovato la mia dimensione e la mia predisposizione personale: mi piace ascoltare e interagire per creare una connessione. In questi anni ho imparato che per cambiare una cosa ci vuole tempo. Ho scelto di essere sempre più verticale, proprio per essere l’elemento di rottura ma anche un punto di riferimento diverso che prima non c’era.
Quali progetti stai seguendo in azienda?
L’azienda ha una maggioranza di personale femminile in ufficio, mentre in produzione è il contrario. Io sto cominciando ad inserire le donne, anche in quei reparti. Gli ambienti sbilanciati sono anche disfunzionali e meno performanti. La presenza femminile in produzione crea un equilibrio. Nella nostra azienda avevamo già avuto delle donne in produzione, non era una cosa nuova. Per adesso, sta andando bene, sono delle brave professioniste.
Come avete affrontato il passaggio generazionale?
Lo stiamo preparando da alcuni anni, stiamo portando avanti un progetto di industrializzazione e anche di gestione del passaggio generazionale. Mio padre è ancora operativo in azienda, è la sua passione e sente ancora forte la responsabilità e la cura delle famiglie che lavorano con noi. E per me è ancora di grande valore.
Cosa fa Alessandra nel suo tempo libero?
Sono sempre stata una sportiva. Per me lasciare la pallavolo è stato un lutto, per cinque anni non ho toccato un pallone. Poi una mia amica mi ha convinto a giocare a beach volley. Certo, mi piacerebbe ritornare a giocare in palestra, ma la mia vita è piena di altre cose, figli inclusi, e non mi dispiace per ora non tornare a giocare. Negli ultimi anni ho scoperto l’allenamento funzionale, dopo le gravidanze mi ha aiutato molto. Mi piace cucinare e stare in mezzo alla natura, questo da sempre.
Dove va Alessandra nei prossimi cinque anni?
Ho due bimbi piccoli, e cerco di combinare la vita dell’azienda affinché non sia privativa nei loro confronti, e si godono i nonni. A volte ci sono rinunce da fare, ma le faccio con piacere. In azienda, sto costruendo un rapporto diverso e nuovo con mio papà, un’evoluzione dei nostri ruoli, un accompagnamento reciproco.
Grazie Alessandra!
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