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“Good Luck, Have Fun, Don’t Die”, così di culto che forse non riuscirete a vederlo

Non ha mai avuto alcuna possibilità di successo questo “Good luck, have fun, don’t die” di Gore Verbinski. Troppo feroce la satira della dipendenza moderna da cellulari e tecnologia, troppo disturbante la rappresentazione grafica del disastro cognitivo e sociale in cui ci ha catapultati la iper connessione.

Troppo attuale, e allo stesso tempo drammaticamente già nostalgica, la scelta del mezzo cinematografico per dipingere su schermo il presente che vediamo nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei mezzi di trasporto. Anche negli spazi per divertirsi, come la multisala semivuota in cui stavamo guardando questa stroboscopica messa in scena dell’impossibilità di distogliere l’attenzione dagli smartphone. La signora seduta avanti, tre file a destra, pistolava tranquilla sullo schermo. Il volto immerso nell’azzurrità del nulla. «Starà controllando se i figli le mandano un messaggio», mi ha sussurrato mia moglie. «Il messaggio è che dobbiamo morire tutti», risposta mia.

C’è tutto e anche di più, in questo film uscito subito di sala appena entrato e già introvabile al cinema. L’impossibilità di ammirare un’alba senza fotografarla. Il massacro cerebrale causato dal gaming online. L’esercito degli zombie che vagano con il cellulare in mano. La speranza di colmare il dolore di un lutto senza senso con una tecnologia che ti risponde a tono. La scelta – perché è stata una scelta di molti, e fa male – di non godere più di un libro, di un disco, di un giornale.

C’è tutta l’inconsistenza di questa epoca di dopamine istantanee e patinate, come un ritratto di Giovanni Boldini in cui la dama indossa un visore per il metaverso con la grazia di un cappellino di piume. E tutto, come nella tradizione di Gore Verbinski, è mimetizzato da film di genere sarcastico e violento, a metà tra la lotta contro le macchine di Terminator 2 e i dialoghi in stile Wachowsk con l’intelligenza artificiale antropizzata.

Sam Rockwell – attore simbolo di una generazione di cineasti indipendenti – ci mette il suo sguardo grottesco. Entra per la centodiciassettesima volta in quel ristorante di Los Angeles per comporre la squadra che salverà il mondo con la determinazione di chi può rispondere, con scoppiettante comicità, a tutte le obiezioni che ha già sentito. Ne esce con un cast di contorno, a partire da una ritrovata Juno Temple, che non è mai rassegnato al suo destino. Haley Lu Richardson – irresistibile principessa con l’epistassi – regge con grazia le asperità temporali della sceneggiatura di Matthew Robinson, già co-autore di Ricky Gervais (“Il primo dei bugiardi”).

“Good luck, have fun, don’t die” non può avere successo e non lo avrà, almeno nel breve termine.

Magari rimarrà come film di culto, un “Essi vivono” del XXI secolo, e ce lo scambieremo tra qualche anno in vhs, quando i dvd saranno stati finalmente vietati perché nuocciono ai fatturati delle piattaforme.

Se un giorno leggerete queste righe fuori da internet buona fortuna: cercate il film e divertitevi. Staccate il telefono e, se potete, restate vivi per la centodiciottesima volta.

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