Dalla tradizione manifatturiera cesenate all’intelligenza artificiale: come una giovane COO sta ridisegnando l’impresa di famiglia.
Ma il pianoforte nella vita della Lucia di adesso, che posto ha? Purtroppo, nessuno, ma insegno ai miei figli la musica classica. Comincia così la mia chiacchierata con Lucia Casadei, Chief Operation Officer di C&C, una storica azienda del territorio cesenate. Ci incontriamo nel suo ufficio, pieno di luce e di armonia, un po’ come tutte le cose che ho letto di lei, prima di arrivare a conoscerla di persona.
Respira l’azienda fin da piccola, ascolta le chiacchiere dei suoi genitori che, a casa, parlano di lavoro, e comincia a farsi un’idea: dell’azienda, di come funziona e anche di cosa potrebbe essere fatto in modo diverso. La sua esperienza comincia proprio lì. Sceglie di partire e di vivere all’estero, tra Inghilterra e Canada. Si immerge in quelle culture e impara a gestire la responsabilità: non cosa possono fare gli altri, bensì cosa posso fare io.
Vuoi sempre vedere cosa accade dopo. Come ti rapporti con l’imponderabile?
Fa parte del lavoro e non si può evitare. Quando arriva ci si pensa. Ma per stare nell’imponderabile bisogna allenarsi. Spesso mi chiedo: cosa succederebbe se dovessimo smettere di fare le nostre macchine? Cosa possiamo fare oggi e cosa invece domani? Qual è il danno più grande che possiamo evitare? Sono domande che servono con la consapevolezza che chi è imprenditore da tanto sottovaluta i rischi e sopravvaluta le sue capacità. Senza questo bias nessuno farebbe impresa. L’esperienza conta ed è questo il valore che mi sta dando mio padre. Ma non potrei fare questo lavoro se non avessi una sana dose di sopravvalutazione. Nel 2011 io non avevo le competenze per gestire quel livello di riorganizzazione, eppure sono andata avanti.
Quanto conta il fatto di essere nata in una regione con una forte cultura contadina?
Il vero valore della cultura contadina è il saper inventare. Riusciamo a fare prodotti unici con poco. Siamo abituati a vivere nella povertà e bisogna ingegnarsi, l’innovazione arriva da lì. Ho un problema, non ho niente ma lo devo risolvere con ciò che ho.

Tra le tante sfide, quale scegli in questo momento?
Il passaggio generazionale è una sfida sociale. Sono cambiati i valori delle nuove generazioni, il modo in cui vivono l’azienda, quanto tempo sono disposte a dedicare al lavoro, cosa cercano, anche a livello economico. E nel mentre, il sistema azienda ragiona ancora come negli anni ’60. Fra dieci anni dovremo affrontare una crisi forte. Noi abbiamo fatto un buon lavoro ma, nonostante questo, le competenze che cerco sono molto diverse da quelle che sono disponibili adesso. Le persone che mi servono non ci sono. Un esempio? Sto cercando una figura che sia capace di prendere decisioni e sia capace di usare quel nuovo strumento che è la AI. E mi trovo con una forbice ampia in cui da una parte ci sono persone capaci ma demograficamente adulte e dall’altra parte, persone troppo giovani, spesso analfabete digitali, senza nessuna esperienza in azienda. L’identità della persona adesso è fatta da tanti elementi e il lavoro è solo uno di questi, insieme al tempo libero, un asset a cui soprattutto i giovani danno un valore prioritario. Non giudico questo modello, ma è necessario far collimare le esigenze aziendali con quelle personali. E non è facile.
Il compito più spiacevole che hai dovuto fare nella tua vita?
Il mio primo licenziamento. Per me è stato difficile gestire quella conversazione. Se potessi affidare quel ruolo a qualcun altro, lo farei. La persona non aveva le competenze giuste. E questo è un altro grande tema che affrontiamo in azienda. Spesso non è facile capire quali sono le competenze che servono rispetto al ruolo da ricoprire. Non si tratta solo capacità e conoscenze tecniche, bensì anche umane e relazionali.
La perfezione è sempre la scelta migliore?
No. E questo è un tasto dolente per le donne, tendiamo ad avere tutto perfetto, siamo cresciute così. Dobbiamo essere sempre brave bambine. La delusione diventa cocente nel momento in cui questa perfezione non puoi più mantenerla. Io mi ci confronto tutti i giorni, nel lavoro e nella vita. E non è solo un tema aziendale, è un tema sociale: siamo condizionate dalla perfezione, qualunque cosa facciamo, e questo impatta sulla nostra partecipazione alla società al di fuori dell’azienda. Perché abbiamo meno tempo. Siamo nel 2026 e ancora patiamo della disparità con i nostri colleghi uomini a cui resta più tempo per organizzarsi, anche dopo il lavoro.
Come gestite il cambiamento in azienda?
I dipendenti vedono la difficoltà nel cambiamento. Ma se le aziende rimanessero sempre uguali, prima o poi fallirebbero. Noi facciamo tanta formazione. Ogni anno chiedo ai responsabili quali sono le competenze da migliorare. E sulle loro indicazioni organizzo i percorsi formativi. Poi faccio anche formazione finanziata da Fondimpresa su competenze generali, due anni fa era sulla leadership. Ho organizzato anche un corso finanziato sull’intelligenza artificiale: serve a guardare cosa c’è là fuori, nel mondo, e ad aprire la mente. Spesso facciamo un sondaggio anonimo in azienda: cosa ti serve, cosa vorresti imparare? E chi vuole, si iscrive.
Qual è stato il tuo primo incarico in azienda?
All’estero in quarta superiore, avevo imparato il tedesco e accompagnavo mio padre in giro dai clienti. Io conoscevo il prodotto, la storia, le persone. Il primo vero contratto di lavoro arrivò dopo la quinta superiore. Sono stata in magazzino, ho conosciuto i fornitori, andavo nelle officine dei saldatori (ricordo ancora i calendari a soggetto femminile appesi alle pareti): era il 2008. E quando ho iniziato l’università, continuavo a lavorare in azienda. Il primo vero progetto di cambiamento l’ho fatto nel 2011: mettere in ordine il modo in cui si prendevano gli ordini. Avevo osservato come venivano prese le specifiche tecniche dei prodotti, le schede tecniche e avevo visto le difficoltà nell’avere sempre una documentazione aggiornata e precisa: proposi la mia soluzione a mio padre che, in quel caso, decise di lasciarmi fare. Stessa cosa accadde con l’ufficio collaudo. Oggi l’artigiano deve avere capacità di risolvere problemi e di produrre prodotti unici che hanno così tanto valore da poter pretendere il prezzo che chiede. C’è bisogno di competenze tecnologiche. Questo è il nostro vantaggio competitivo, soprattutto in Italia: fare impresa in questo paese è sicuramente è uno dei lavori più difficili.
Adesso, da adulta, hai scelto che traccia vuoi lasciare nel mondo?
Mi piacerebbe far passare l’idea di costruire reti di comunità basate sulla solidarietà. Dopo l’alluvione abbiamo creato A t’aiut, un’associazione che facilita l’accesso al volontariato. Mettiamo in contatto giovani volontari con associazioni del terzo settore. La Romagna ha una rete di associazioni fenomenale, ma l’età media è molto alta. C’è bisogno di un ricambio. Ora stiamo facendo una serie di podcast che raccontano le associazioni del territorio, ci sono delle realtà bellissime. È il nostro contributo alla società che viviamo come l’azienda, una responsabilità sociale che vogliamo tramandare a tutti quelli che verranno dopo di noi.
Grazie Lucia!
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