16 Gennaio 2026
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Nel primo volume della serie “Fatti e misfatti a Forlì e in Romagna” di Marco Viroli e Gabriele Zelli, edito nel 2016 dalla Società Editrice Il Ponte Vecchio di Cesena, gli autori ricordano come i ricorrenti eventi tellurici che ciclicamente colpiscono l’Italia dimostrino quanto il nostro territorio debba essere considerato a rischio sismico. Basta scorrere le cronache e i testi storici per accorgersi che, già dall’anno Mille, numerosi terremoti hanno interessato anche la Romagna, proprio come è avvenuto nei giorni scorsi, fortunatamente senza conseguenze per persone o edifici.

Nell’estate del 1483, ad esempio, Forlì e le zone limitrofe furono tormentate da una lunga sequenza di scosse di una certa intensità. Gli edifici dell’epoca, costruiti senza criteri di sicurezza, subirono danni rilevanti. Il fenomeno ebbe inizio la notte di San Lorenzo, ma fu l’11 agosto che si verificò la scossa più violenta: crollarono una casa e una torre e riportarono danni anche il campanile e la Chiesa di San Mercuriale.

Nell’opera I terremoti d’Italia, stampata a Torino nel 1901, sono descritti in modo dettagliato ben 1.364 eventi sismici avvenuti nel nostro Paese nell’arco di duemila anni. A proposito del sisma del 1483 scriveva il giovane sismologo lombardo Mario Baratta, tra i principali contributori del volume:
“Verso l’una di notte dell’11 agosto 1483, in Forlì vi fu una scossa sì gagliarda e lunga da far suonare le campane dei campanili e da spaccare il pinnacolo di quello di San Mercuriale; chiese e case subirono ingenti danni, crollò un gran tratto del chiostro di San Francesco e vi furono parecchie vittime”.

Per invocare la divina indulgenza, la curia organizzò messe, processioni e pellegrinaggi. Vi presero parte anche Girolamo Riario e Caterina Sforza, signori della città, che in quell’occasione videro crescere il proprio consenso popolare. Per maggiore sicurezza, dopo la scossa si trasferirono con i figli dal Palazzo del Comune e della Signoria al cortile della Rocca di Ravaldino, dove vissero in una tenda finché lo sciame sismico non cessò.

Nel volume “I Bentivoglio. Signori di Bologna” di Marco Viroli si legge:
“Alla fine del 1504, un terribile terremoto fece tremare più volte violentemente le terre dell’Italia centrale, con presunto epicentro proprio a Bologna, che tra tutte le città fu quella più sconquassata dall’evento sismico. Il primo spaventoso evento tellurico, della durata di un quarto d’ora, si ebbe il 28 dicembre, alle 2 di notte. Ancora più tremende furono le scosse del 3 gennaio 1505, che per tre ore fecero ondeggiare e cadere torri e palazzi. Lo sciame sismico, che si protrasse per tutto il mese di gennaio, spinse la gente ad abbandonare le proprie case e ad allestire tende e rifugi nei parchi, negli orti e nei giardini”.

Non meno devastante fu la scossa che nel 1570 distrusse gran parte di Ferrara, costringendo perfino i potenti Este a dormire sotto le stelle per lunghi mesi. Il sisma colpì duramente anche molti centri della Pianura Padana. Fu quasi certamente in quell’occasione che a Mirandola cadde la torre dove erano custoditi i beni preziosi e i documenti portati nel 1480 da Lucrezia Pico, terza moglie di Pino III Ordelaffi, signore di Forlì, dopo che, rimasta vedova, aveva trattato la resa della città con papa Sisto IV, zio di Girolamo Riario.

Nel 1688, nel 1781 e nel 1870, con una cadenza quasi centenaria, altri gravi eventi sismici tornarono a scuotere le nostre terre, facendo crollare edifici e chiese e lasciando segni profondi nel paesaggio urbano e nella memoria collettiva.

Resta impressa anche la descrizione delle devastazioni causate dallo spaventoso terremoto che nel 1918 ebbe come epicentro l’Appennino romagnolo, provocando numerose vittime e ingentissimi danni a centri come Santa Sofia, Sarsina e Bagno. Ancora più vivo, per molti di noi, è il ricordo delle scosse che colpirono l’Emilia il 20, 29 e 31 maggio e il 3 giugno 2012, quando i due eventi principali causarono 27 vittime – 22 per i crolli, tre per infarto o malore e due per le ferite riportate – in gran parte lavoratori delle aziende distrutte.

La storia, ancora una volta, ci ricorda che la terra non smette mai di muoversi sotto i nostri piedi. E che ogni generazione, prima o poi, è chiamata a fare i conti con la fragilità dei luoghi in cui vive e con la necessità di trasformare la memoria delle tragedie in consapevolezza e prevenzione.

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