Non è uno schiaffo al governo, ma un monito a cambiare registro. Fabio Panetta, direttore della Banca d’ Italia, non ha usato mezzi termini. Lo ha fatto all’università di Messina in occasione dell’inaugurazione dell’ anno accademico. La notizia è stata ripresa, ma peccato che, ancora una volta, non abbia avuto lo spazio che avrebbe meritato.
Ha detto che bisogna partire dai giovani per ridare slancio ad un’economia che si è indebolita. “Serve – ha detto – uno sviluppo basato su investimenti, innovazione e produttività, in grado di sostenere salari più elevati e migliori prospettive di lavoro”. Soprattutto serve investirre nell’istruzione. In Italia le risorse che vengo o destinate sono meno del 4 per cento del Pil, un punto in meno della media europea e uno dei livelli più bassi dell’area euro. Eppure, dice Panetta, “Investire in istruzione, ricerca e formazione significa investire nelle potenzialità del Paese e nelle aspirazioni dei singoli: nella czapacità dei giovani di crescere, di contribuire a un’economia più dinamica e a una società più giusta”.
Perché l’Italia ha un probelma: crescono i giovani laureati che vanno all’estero. Circa un decimo dei laureati. Soprattutto ingegneri e informatici, figure per le quali le aziende italiane segnalano una crescente carenza. Questo perché in Germania guadagnano in media l’80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento. Divari che si sono ampliati nel corso degli anni. Ma le differenze retributive non sono l’unica determinante della scelta di lasciare l’Italia. I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici.
Siamo però di fronte ad un cane che si morde la coda perché, secondo Panetta “una crescita stabile deve poggiare su un innalzamento della produttività. Ma ciò richiede investimenti in innovazione e capitale umano, ambiti su cui l’Università svolge un ruolo centrale”. E questo sarà un problema perché, secondo le ultime proiezioni demografiche, entro il 2050 (dopodomani), l’Italia perderà oltre sette milioni di persone in età lavorativa e quattro milioni rischiano di non essere sostituite. Dunque ci sarà una riduzione di tre milioni di lavoratori. Il tutto con inevitabili ripercussioni sul Pil e, quindi, sul benessere complessivo.
Tutto questo poi con effetti sempre più pesanti sulla bassa natalità che, come ha detto il Presidente della Repubblica, solleva interrogativi sull’idea di società e di economia che vogliamo costruire nel lungo periodo.
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