
Chi è il mandante del faccendiere?
Ricordate il caso Fini-Tulliani?
di Fabrizio Rappini
Che Lavitola sia il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci non pare esserci alcun dubbio. Non pare, ma anche se è reo confesso non significa che stia dicendo la verità. Potrebbe farlo per coprire qualcuno. In pratica coprire il suo mandante. Qualcuno (i Servizi?) che lo potrebbe aver spinto a commissionare a sua volta l’attentato all’amico Sigfrido. In questa vicenda di cose che non convincono ce ne sono più di una.

L’ATTENTATO
Non trattandosi di una bomba carta ma di gelatina esplosiva innescata non da un telecomando ma da una miccia, se l’inconsapevole Ranucci si fosse avvicinato alle sue automobili al momento della esplosione ne sarebbe potuto essere vittima. Perché il mandante non preavvertì la vittima? Il furbo Lavitola ha la risposta pronta: “io avevo detto di esplodere soltanto alcuni colpi di pistola contro il muro della casa”. Sembra poco credibile che dei sicari assoldati per pochi soldi per commettere un reato non gravissimo abbiano deciso autonomamente di fare qualcosa di più grave rilevanza penale.
LA “FUGA” DI LAVITOLA
Indagato poiché ritenuto il mandante dell’attentato avvenuto il 16 ottobre 2025 a Pomezia, davanti al cancello di Ranucci, Valter Lavitola era pronto a lasciare l’Italia. Nel corso della perquisizione gli investigatori avevano scoperto che aveva già acquistato (lui, o chi per lui?, ndr) il biglietto aereo per la partenza: la perquisizione in casa sua sarebbe scattata dopo che, nella sera del 4 luglio, gli investigatori lo avevano visto uscire dalla sua abitazione con un trolley.
CHI HA “INTERROTTO” LA FUGA?
Ecco a voler pensare male, ma in questo caso a ragione, viene da chiedersi (e gli inquirenti sicuramente se lo stanno chiedendo conoscendo il passato di Lavitola) chi abbia “tradito” Lavitola bloccando la sua fuga in Africa. La risposta potrebbe essere abbastanza semplice: quelli che lo avevano assoldato (non necessariamente per denaro) e poi fatto “beccare” perché la vicenda venisse a galla.

IL CASO FINI-TULLIANI
Ricordate il famoso “che fai, mi cacci?” di Gianfranco Fini a Berlusconi dalla platea di una iniziativa politica? Ebbene non fu certo Berlusconi a cacciarlo, ma…
La vicenda più nota in cui Lavitola fu coinvolto è proprio quella della “casa di Monte Carlo”, uno scandalo politico che agitò moltissimo la politica italiana nell’estate del 2010, durante il quarto governo Berlusconi, e che contribuì alla fine della carriera politica di Gianfranco Fini, allora presidente della Camera. Nel settembre di quell’anno il quotidiano (L’Avanti) diretto da Lavitola pubblicò un documento del governo dello stato caraibico di Saint Lucia, diffuso poi da altri quotidiani. Secondo quel documento il vero proprietario di una società off-shore che aveva comprato da Alleanza Nazionale un appartamento nel principato di Monaco era Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, che in quella casa abitava. L’accusa a Fini, emersa poi attraverso varie inchieste giornalistiche, era aver utilizzato un sistema di società con sede in “paradisi fiscali” per nascondere il vero compratore della casa di Monte Carlo – cioè lui o una persona a lui amica – per poi farla abitare dal cognato, sottraendola al partito a cui era stata lasciata in eredità. La storia, di cui a un certo punto si occupò anche la procura di Roma, si complicò parecchio intrecciandosi con i dissensi tra Fini e Berlusconi, che portarono alla rottura tra i due storici alleati.
E ALLORA?
Ricordando quello che è sempre stato il faccendiere Lavitola la domanda sempre più importante è: Chi è il mandante di Lavitola?
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