4 Aprile 2025

Abbiamo una nuova legge elettorale. Benvenuta. Serviva, va nella giusta direzione, ma ha dei nei. È vero, garantisce governabilità, ma non ha tutti i contrappesi che la democrazia richiederebbe. Perciò, ora che è stata approvata (giustamente), a bocce ferme, si potrebbero studiare quelle modifiche che servono per migliorarla senza però snaturarne, in nessun modo, la filosofia.
In Italia c’era bisogno di una legge elettorale che garantisse stabilità. Su questo Matteo Renzi, presidente del Consiglio, aveva ragione. Del resto è fondamentale avere una situazione chiara. Un paese con tutti i problemi che ha l’Italia deve avere un sistema che permetta di governare con agilità. Basta con i veti dei partiti dello zero virgola, basta con il salto della guaglia dei parlamentari, basta con le larghe intese (anche se in Germania, per la verità, funzionano), basta coi governi tecnici. E questa legge va in quella direzione. La vittoria (al primo o al secondo turno, poco importa) permetterà al partito vincitore di avere i numeri per portare avanti il proprio programma. Poi, dopo cinque anni, verrà giudicato dagli elettori. Fin qui tutto bene. È un po’ quel che succede nei Comuni dove questa legge elettorale, in vigore dal 1995, funziona. E bene.
Ma, come detto, ci sono degli aspetti da rivedere. Di fatto l’Italicum cambia completamente volto al paese. Nello stesso momento introduce presidenzialismo e bipartitismo. Insomma, un modello modello americano, ma in salsa fiorentina.
E qui arrivano le note dolenti. L’assenza di quei contrappesi necessari per una democrazia. È altissimo il rischio di avere un uomo solo al comando. Vediamo perché.
Come detto stiamo andando verso un modello (bipartitismo) americano. Ma negli Usa il presidente (eletto direttamente) non sarà mai plenipotenziario. Come il presidente del Consiglio italiano deve rispondere al parlamento. Ma con una sostanziale differenza. Il nostro oltre ad essere un parlamento di nominati (per le liste bloccate) è eletto in concomitanza con il presidente del Consiglio. Quello americano no. Lì ci sono le elezioni di medio termine, dove può cambiare tutto. Non a caso in questo momento c’è un presidente democratico e un parlamento repubblicano. La cosiddetta “anatra zoppa”.
Insomma ci sono sbarramenti molto maggiori rispetto alla legge italiana. Mi si potrà obiettare che il nostro è pur sempre un sistema parlamentare. Vero, anzi verissimo. Ma il nostro presidente del Consiglio per cinque anni dovrà rispondere ad una maggioranza composta da parlamentari che lui stesso ha nominato. Forse è un po’ troppo. È per quello che sarebbe il caso di pensare a qualche aggiustamento.

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1 thought on “Nuova legge elettorale: pro e contro

  1. Pietro Caruso presidente dell'Associazione Stampa Forlivese e direttore della rivista nazionale Il Pensiero Mazziniano ha detto:

    Condivido in buona parte i ragionamenti di Davide Buratti sul tema. Sono però convinto che la riforma elettorale non dovesse essere sostenuta da un voto di fiducia come ha imposto Renzi e neppure da opposizioni che hanno disertato l’aula…come se si stesse per compiere l’Aventino contro Mussolini…Aventino che fu scelto dopo il sequestro a scopo di assassinio di Giacomo Matteotti. Io avrei preferito una riforma elettorale con collegi uninominali, premio maggioritario alla coalizione che ottiene il 40 per cento per il 55 per cento dei seggi, obbligo per le forze di coalizione a ricevere seggi solo se superano il 5 per cento dei voti, una sola preferenza e nessun diritto di nomina automatica ai capilista. Non è andata così. Il compromesso è molto pasticciato e ci saranno ancora troppi nominati senza alcuna verifica fra gli elettori. Il rischio dunque è che continui a riprodursi la malattia dell’astensionismo.

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