Le piccole imprese si aggrappano ai 5Stelle

Sondaggio Ipsos. La classe media sempre più in difficoltà. Monito di Christine Lagarde. Ma intanto arriva l'allarme legato ai rischi provocati dalle nuove tecnologie

“Vi meravigliate perché ho organizzato l’incontro con Di Maio. Sappiate che il mondo delle piccole imprese guardano con particolare interesse alle politiche dei 5Stelle”. Con queste parole Stefano Bernacci, direttore di Confartigianato di Cesena, ha spento sul nascere le voci di un suo avvicinamento al mondo grillino. Da tempo c’era l’impressione che i 5Stelle fossero il partito di riferimento di quelle Pmi che una volta si rivolgevano soprattutto al forzaleghismo. Di fatto la conferma è arrivata da Bernacci. Il sigillo infine l’ha messo il Corriere della Sera che ha pubblicato un’indagine dell’Ipsos. Secondo la società guidata da Nando Pagnoncelli, a fine 2016 il 39,3 per cento dei lavoratori autonomi esprimeva la propria preferenza per i 5Stelle. Numeri elaborati su un campione di seimila persone. La Lega era ferma al 17,7 per cento, il partito di Berlusconi al dieci.

Dario Di Vico, sul Corriere della Sera scrive che Grillo ha trovato la chiave per parlare all’Italia profonda lucrando innanzitutto sulle amnesie e le divisioni del centrodestra che durante la Seconda Repubblica aveva assicurato una buona rappresentanza politica ad artigiani, commercianti, piccoli imprenditori e aveva addirittura portato al governo le loro istanze di riduzione delle tasse e di lotta alla burocrazia.

Quello delle piccole imprese è sempre stato un mondo dove il Pd ha faticato a sfondare. Più a livello nazionale che locale. Per una breve fase Matteo Renzi è riuscito a ridurre le distanze. Ma le distanze sono tornate quasi subito perché non sono arrivate quelle risposte attese per arginare i problemi provocati dalla grande crisi che porta con sè numeri impietosi. In questo periodo la base manifatturiera del Paese si è contratta circa del 25 per cento, ma il costo lo hanno pagato soprattutto le Pmi.
“Se ci sono almeno un centinaio di prodotti — scrive Di Vico — che oggi vengono fabbricati quasi esclusivamente dai cinesi basta ricordare che qualcuno prima li produceva e oggi non riesce più. Si chiede loro giustamente di innovare ma non è facile e tutto sommato in pochi riescono a farlo elevando la qualità del prodotto e le modalità della vendita. Ma, cosa ancora più grave, la selezione darwiniana non sembra finire mai, c’è ancora un grosso pezzo della piccola manifattura italiana e del commercio al dettaglio che si sente in bilico. Teme di scivolare ancora più in basso e si sente escluso, dimenticato”.

Il problema però non è solo Delle piccole imprese. C’è un’intera classe media che trema e si sente dimenticata. Del resto non è un caso se Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, ha detto che ci vuole una maggiore distribuzione dei redditi  (finalmente, era ora). Lo ha fatto a panel del Forum economico mondiale. Il tutto, naturalmente, deve passare attraverso un profondo ripensamento Delle politiche economiche e monetarie. Ma quello forse rischia di non bastare nemmeno più. L’impressione è che serva un cambiamento radicale nelle politiche sociali. La manifattura digitale 4.0 porta verso l’automazione e distrugge posti di lavoro. Secondo la Banca d’Inghilterra entro il 2025 robot e software creeranno 13 milioni di posti di lavoro, ma ne distruggeranno 22 milioni. Servono risposte immediate. Altrimenti scatta il cortocircuito.

Ma, tornando a casa nostra, è interessante l’analisi che fa Dario Di Vico. Sostiene che la grande novità però è che la pancia del Paese, le partite Iva, traslocando dal forzaleghismo ai Cinque stelle non hanno semplicemente cambiato preferenze politiche ma hanno subito una sorta di trasformazione antropologica. “Ai tempi di Umberto Bossi i lavoratori autonomi avevano un loro programma politico orientato al fare, ai valori della competizione e alla riduzione dell’intervento statale, erano la traduzione in dialetto degli animal spirits. Oggi invece quelle istanze e quei valori vengono progressivamente meno. Passano a Grillo perché lo vedono come l’ultima spiaggia, l’onestà contrapposta all’affarismo, ma in questo trasloco abbandonano anche qualsiasi idea ottimistica dell’economia e della politica. Siamo solo all’inizio, le identità sociali sono più mobili che in passato, quindi niente è consolidato è tutto va monitorato. Attenzione però nei prossimi mesi a non discutere solo di sistemi elettorali, c’è anche un’Italia profonda da curare”.

Parole sante. Ma che, però, non devono essere declinate solo a livello nazionale. Sugli stessi temi sono necessarie anche risposte locali.

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Davide Buratti

Davide Buratti, giornalista professionista, fondatore della Cooperativa Editoriale Giornali Associati che pubblica il Corriere Romagna, di cui dal 1994 e per 20 anni è stato responsabile della redazione di Cesena. Oggi in pensione scrive di politica, economia e attualità a 360 gradi nel suo blog per Romagna Post. Per contatti utilizzate il box commenti sotto gli articoli. 

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