“L’ultimo nastro di Krapp” al Teatro Rasi

RAVENNA. Con L’ultimo nastro di Krapp Giancarlo Cauteruccio – tra i registi più innovativi nell’area della seconda avanguardia teatrale italiana e direttore artistico del Teatro Studio di Scandicci dal 1992 – torna a Samuel Beckett, il suo autore guida, e torna anche a uno dei suoi testi più amati, in veste sia di interprete che di regista.

La pièce, in programma alle 21 di giovedì 12 ottobre al Ridotto del Teatro Rasi di Ravenna, gli è valsa la presenza nella terna finalista del Premio UBU come miglior attore protagonista nel 2004 e poi, perno nello spettacolo TRITTICO BECKETTIANO, ha visto Cauteruccio ricevere il Premio alla regia dell’Associazione Critici di Teatro nel 2006 al Teatro Argentina.

Instancabile frequentatore della drammaturgia, della poesia, della narrativa beckettiana, Cauteruccio ha al suo attivo nove regie su testi dell’autore irlandese; ha ideato inoltre, con Franco Quadri, due grandi manifestazioni dedicate a Beckett intitolate “Beckett 90 anni” e “Beckett 100 anni” ed ha pubblicato nel gennaio del 2018 il libro Samuel Beckett Nel buio di un teatro accecante con Edizioni Clichy.

Ha scritto Laura Visconti su L’ultimo nastro di Krapp 
Scritto nel 1957 e rappresentato a Londra, questo atto unico mette in scena un solo personaggio, un grande frequentatore dei luoghi della memoria. Il vecchio Krapp, rintanato nella sua stanza in compagnia di un registratore e un numero cospicuo di scatole ben ordinate, sperimenta un viaggio in un altrove temporale, il suo passato. È concentrato sul mezzo meccanico che può permettergli tale fuga a ritroso: ha infatti conservato e catalogato con cura e meticolosità tanti nastri da lui stesso registrati ogni compleanno, per tramandare brandelli significativi di vita e di esperienza, condensate in un racconto sintetico, benché “ispirato”. Ma nemmeno questo raffinato strumento della memoria può funzionare.
Il tentativo escogitato da Krapp per recuperare quella creatura di un tempo, il sé stesso giovane, si fa sempre più inefficiente e non bastano ormai quegli ancoraggi e appigli che aveva inventato tanto tempo prima. Egli ascolta la sua stessa voce emergere dal passato, interrompendo proprio quella continuità, che rende la frase dotata di senso, con commenti derisori, oppure ripete segmenti di ciò che ascolta con ironia, rivelando tutta la sua disillusione. Il nastro rimanda infatti una voce che narra eventi ormai incomprensibili, mentre i relativi libri-indici-registri, risultano altrettanto privi di valore e di significato. La distanza tra il vecchio e il sé stesso giovane è diventata definitiva. La continuità tra presente e passato è irrimediabilmente distrutta…

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