La delegazione del GRUPPO PARLAMENTARE “FRATELLI D’ITALIA” DEL SENATO DELLA REPUBBLICA E DELLA CAMERA DEI DEPUTATI,in occasione delle consultazioni (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
Per favore, fate le riforme. Non so chi vincerà le prossime elezioni, ma chiunque sia dovrà dare priorità alle riforme. L’italia non si può più permettere di tirare a campare. L’ultimo report dell’Istat parla chiaro: siamo sull’orlo del baratro. Anzi, un pò più in là.
Quello che fotografa l’Istat è un Paese con pochissime speranze. E’ resiliente, capace di adattarsi e reagire alle crisi, grazie anche alla sua abilità nell’esportare. Ma con un declino demografico importante, un capitale umano più debole e pochi investimenti tecnologici rispetto ai Paesi concorrenti.
Nella relazione svolta alla Camera, Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha sintetizzato i contenuti di un lavoro che spazia dalla situazione economica a quella sociale: «Nell’ultimo anno l’economia italiana ha mostrato segnali di resilienza in uno scenario globale complesso». Ma, ha aggiunto, «le potenzialità di crescita restano vincolate da criticità di lungo periodo, tra cui il modesto andamento della produttività», figlio dell’invecchiamento della forza lavoro e degli insufficienti investimenti in istruzione e innovazione tecnologica e digitale.
Resta la produttività il tallone d’Achille dell’economia. Soprattutto perché manca un livello adeguato di investimenti in innovazione e digitalizzazione. Inoltre c’è il problema di un livello di istruzione medio comparativamente basso anche nelle generazioni più giovani. E’ vero, emerge dallo studio Istat, che un buon livello di istruzione garantisce migliori opportunità nel mercato del lavoro, ma non è sempre sufficiente per trovare riconoscimento adeguato in termini di remunerazione e di qualità del lavoro. Non a caso tra i giovani ad alta formazione una significativa percentuale se ne va all’estero (il 10,4 per cento tra chi ha acquisito un dottorato), perché trova condizioni occupazionali, salariali, di disponibilità e organizzazione dei servizi migliori. Fattori sui quali sarebbe urgente intervenire con quelle riforme che non sono mai state fatte.
Mentre chi le ha fatte corre. Tra il 2022 e il 2025 la Spagna è cresciuta del 9 per cento contro il 2,3 dell’Italia. Alla performance iberica hanno concorso vari fattori: la spesa pubblica cumulata è salita del 10,2% contro il 3,1 in Italia; la popolazione tra 15 e 64 anni è aumentata del 4,6%, «trainata dalla forte espansione della componente degli stranieri regolari (+22,3%; +4,6% in Italia)» generando «un effetto cumulativo tra l’offerta di lavoro e i consumi». Inoltre, in Italia, la crescita degli investimenti è stata «fortemente concentrata nelle costruzioni», mentre in Spagna nelle attività legate alla proprietà intellettuale, con significativi risultati anche sulla capacità «di intercettare la domanda internazionale, non solo nel settore del turismo, ma anche in quello dei servizi a più elevato contenuto tecnologico».
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