La delegazione del GRUPPO PARLAMENTARE “FRATELLI D’ITALIA” DEL SENATO DELLA REPUBBLICA E DELLA CAMERA DEI DEPUTATI,in occasione delle consultazioni (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
Andremo a votare in novembre? Il punto interrogativo è enorme. Però le voci in questo senso sono sempre più insistenti. Sembra che la maggioranza stia valutando questa ipotesi perché avrebbe (in questo caso il condizionale è necessario) intenzione di votare prima di fare la legge di bilancio. In cassa non ci sono soldi e non solo non si può pensare ad una finanziaria elettorale, ma il rischio è di dover fare addirittura una manovra impopolare. Ed allora, tanto meglio andare alle urne. Per farlo si dovrebbe dimettere all’inizio di settembre.
Comunque i tempi sarebbero stretti. Anzi, rischiosi. Il pericolo è quello dell’esercizio provvisorio. Perché è difficile pensare che entro il 31 dicembre possa essere approvata la legge di bilancio.
Ma un mese di esercizio provvisorio non sarebbe un dramma. Difficile, invece, immaginare come potrà essere la prossima manovra finanziaria. A gettare benzina sul fuoco delle preoccupazioni oggi è stato l’Upb (Ufficio parlamentare di bilancio). Presentando il rapporto sulla politica di bilancio 2026 in poche parole ha detto che non c’è trippa per gatti.
Innanzitutto ha suggerito di mantenere un percorso credibile di riduzione del debito pubblico “è essenziale per evitare che shock esterni si traducano in un deterioramento delle condizioni di finanziamento“. C’è anche una condizione necessaria per preservare la fiducia dei mercati: contenere il costo del capitale e rafforzare la stabilità finanziaria. Poi suggerite «priorità chiare», ovvero la capacità di individuare le aree più critiche e di concentrare su di esse le risorse disponibili.
Una delle brutte notizie è legata alla spesa per gli interessi che è destinata a crescere passando dall’attuale 3,5 per cento del Pil al 4,5 del 2029. Il debito invece potrebbe scendere nel 2027 a patto che venga centrato il ricco programma di dismissioni di asset pubblici e la riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro.
I conti pubblici inoltre subiranno la pressione di spese legate all’invecchiamento della popolazione – pensioni, sanità e assistenza – in aumento fino a raggiungere l’apice intorno al 2040. Per questo l’Upb suggerisce di mantenere uno stretto legame fra l’età di pensionamento e l’aspettativa di vita. Ed aggiunge che la demografia sfavorevole frena le potenzialità dell’economia. Focus anche sulle retribuzioni che pur essendo cresciute del 3,1 per cento restano inferiori di oltre l’otto per cento rispetto ai valori del 2020.
Non piace all’Upb neppure la politica fiscale: «L’accresciuta progressività dell’Irpef, unita all’ampliamento dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta, ha accentuato le disparità di trattamento tra le varie tipologie di reddito».
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