L’allarme lo ha lanciato Mieli alla Sette, nella trasmissione condotta da Lilli Gruber: gli Usa la faranno pagare a Giorgia Meloni per i no all’utilizzo della base Sigonella così come fecero con Craxi. Magari gli effetti adesso saranno meno nefasti, ma non ci sono dubbi che faranno di tutto per farle perdere le elezioni. Le parole non sono state proprio quelle, ma il senso assolutamente sì. Qualcosa di simile era stato ipotizzato da Dagospia nei giorni immediatamente successivi allo scontro Meloni/Trump.
Intanto in questo periodo si parla molto della nuova legge elettorale. Il centrodestra la presenta come una sorta di panacea di tutti i mali. Lo strumento in grado di garantire stabilità. Ma c’è qualcosa che non torna.
La legge pensata dai meloniani prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato (fino a un tetto di 220 eletti alla Camera e 113 al Senato) alla coalizione che abbia ottenuto almeno il 42 per cento dei consensi. Se nessuno arriva a questa percentuale o la Camera e il Senato danno esiti elettorali diversi, si procede con un proporzionale puro.
Il che significa che ci potrà essere stabilità solo in presenza di coalizioni ampie. Perché raggiungere il 42 per cento non sarebbe facilissimo. Il centrodestra, ad esempio, ha il problema di Vannacci. La lista del generale è fondamentale per superare quota 42, ma se fosse imbarcato potrebbero andarsene Forza Italia e Noi moderati e cambierebbero i fattori, ma non il prodotto: il problema resterebbe.
Il Pd ha la stessa complicazione con i cattolici. Se Del Rio e soci dovessero uscire quota 42 si allontanerebbe. Senza calcolare che, a quel punto, qualche altro centrista potrebbe pensare di fare la stessa scelta per agevolare quel pareggio che sarebbe l’ anticamera alle larghe intese. Soluzione che Giorgia Meloni abiura perché è consapevole che è un’ ipotesi che non prevede il coinvolgimento di Fratelli d’Italia che poi non toccherebbe palla neppure nell’ elezione del presidente della Repubblica. Il mandato di Mattarella scade nel 2029.
Pareggio che invece, secondo tutti gli analisti, sarebbe scontato se si andasse a votare con l’attuale sistema elettorale.
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