4 Giugno 2026
meloni

Ancora una volta ad una notizia importante sulla stampa non è stato dato lo spazio che avrebbe meritato. Non solo sui Tg, ma anche nell’editoria quotidiana. Eppure è l’ennesima dimostrazione della pericolosa china che ha preso l’Italia. La notizia in questione è che, per la prima volta dall’Unità d’Italia, ci sono più italiani all’estero che stranieri residenti legalmente nel Paese. “Questo fenomeno strutturale solleva preoccupazioni sul futuro di una nazione che esporta ciò che dovrebbe tenere in patria” ha detto Edoardo Secchi,  imprenditore e presidente fondatore dell’Italy-France Club. 

Ma questo trend dimostra che, mentre si continua a parlare degli sbarchi, in effetti l’Italia è un paese di emigranti. E, quello che è più grave, ad andarsene sono soprattutto i giovani. Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani sotto i 34 anni sono emigrati verso le principali economie avanzate (Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera e Spagna) a fronte di soli 55 mila giovani stranieri qualificati entrati in Italia: un rapporto di 9 a 1. Una quota crescente di questi emigranti è costituita da laureati e professionisti altamente qualificati. Il Paese non sta semplicemente perdendo giovani; sta trasferendo all’estero la sua futura leadership. L’esodo  non solo prosciuga le casse dello Stato, ma mina anche il suo futuro demografico e produttivo. Il problema è che, ancora una volta, nascondiamo la testa sotto la sabbia: il fenomeno continua a essere percepito come temporaneo, nonostante la sua ormai natura strutturale.

Un indicatore significativo è quello relativo alla componente femminile: negli ultimi vent’anni, la presenza di donne italiane all’estero è aumentata del 116 per cento, tasso superiore a quello degli uomini.  Le donne italiane  emigrano sempre più spesso da sole, altamente qualificate, e costruiscono la propria vita familiare e professionale all’estero. Per loro, come per i maschi, in Italia i problemi sono sempre gli stessi: insicurezza lavorativa, salari insufficienti e mancanza di prospettive. 

E pensare che il loro massiccio ritorno genererebbe un aumento di produttività del 20-30% per le aziende e un potenziale incremento del Pil dell’1,5% annuo grazie a nuovi brevetti, startup e reti internazionali. Ma per incentivare i rientri servono interventi mirati, a partire da agevolazioni fiscali strutturali, un fondo per il capitale di rischio e una riforma della governance aziendale.

Invece non si fa niente in questa direzione e l’Italia sta scambiando capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività. In questo modo si indebolisce la  capacità di generare innovazione, brevetti e crescita a medio termine. Insomma, si crea un Paese con poco futuro.

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