NELL’INFERNO DI GENOVA
Questo è l’articolo uscito sul Corriere di Ravenna il 24 luglio 2001

“Via qui ci vogliono ammazzare”
Il racconto da inviato
di una giornata terribile
di Fabrizio Rappini
GENOVA – Quando, insieme al nostro fotografo, Massimo Fiorentini, abbiamo deciso di andare a seguire i manifestanti ravennati, era lontana da noi l’idea di quanto sarebbe invece successo. L’unica precauzione è stata quella del “vecchio” caro limone contro i lacrimogeni. E così, come noi, anche gli altri manifestanti partiti da Ravenna. L’inizio della manifestazione, in via Cavallotti, è festoso. In attesa di partire, pur nella consapevolezza che la tensione potrebbe giocare brutti scherzi, si ride e si scherza. Il corteo parte e, a singhiozzo, raggiungiamo corso Italia. È il lungomare di Genova. Quello che ci dovrà portare in piazza Galileo Ferraris, dove è in programma il comizio conclusivo.

Ma noi, in quella piazza non arriveremo mai. Ovviamente non Io sappiamo e, neppure, Io immaginiamo nemmeno quando arrivano le prime notizie di lancio di lacrimogeni. Personalmente non voglio credere di non poter portare a termine la manifestazione. Siamo insieme a gente disarmata, con il volto scoperto, che ha solo voglia di protestare pacificamente. E invece. Invece, quando il gruppo ravennate che stiamo seguendo, arriva nei pressi di piazzale Kennedy, in fondo si vede il fumo dei lacrimogeni e quello di un negozio dato alle fiamme. Il corteo viene fatto deviare. Io e Fiorenti ni ci guardiamo negli occhi. Sono otto anni che lavoriamo insieme e non servono le parole. Entrambi ci stacchiamo dal corteo e ci avviamo verso il punto dei tafferugli. È in quel momento che le forze dell’ordine sferrano il primo attacco. II gruppo dei dimostranti indietreggia fino ad arrivare in corso Italia. A quel punto, secondo la logica, penso che tutto sia finito. Non sarà così. Da quel momento, infatti, inizia un lancio di lacrimogeni a raffica. Arrivano da tutte le parti, lanciati anche dagli elicotteri che ci stanno sopra. È il caos. La gente, e noi con loro, fugge da tutte le parti. Nonostante si stia fuggendo, il lancio di lacrimogeni prosegue. Io e Fio rentini cerchiamo riparo in un boschetto che si trova alla nostra destra. Non abbiamo il tempo di entrare che anche in quel posto cominciano a piovere lacrimogeni. Ci sentiamo in trappola. “Massimo – urlo a Fiorentini – qui ci vogliono uccidere. Usciamo immediatamente e proviamo a fuggire”.

La gente scappa da ogni parte, di tanto in tanto c’è qualcuno che crolla a terra. Le ambulanze iniziano ad arrivare per caricare i feriti. Io e Fiorentini ci siamo persi di vista. Proseguo la fuga insieme a gente che non conosco. Ho una buona scorta di acqua e limoni e li offro a chi mi sta di fianco. Quasi all’angolo con la via Cavallotti, dove eravamo partiti, l’inferno termina. Mi fermo e provo a chiamare Fiorentini. I cellulari, però, non hanno campo. Passano pochi minuti e in lontananza vedo arrivare Massimo. L’incubo è finito. Siamo sani e salvi. Siamo anche consapevoli di aver rischiato molto. “Perché? – ci chiediamo – In fondo non c’erano motivi per scatenare una carica tanto violenta”.

Per quanto ci riguarda, non ci è mai sembrato di essere stati in mezzo a un gruppo di pericolosi sovversivi. Confesso che ho avuto paura. Abituato ad avere a che fare con la polizia e i carabinieri di casa nostra, quelli coi quali si collabora da anni per motivi di lavoro, non ero pronto ad avere una immagine delle forze dell’ordine come quella che ho avuto a Genova.

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